Semplicemente Amy

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Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Brian Jones, Robert Johnson. Fanno tutti parte di un club piuttosto esclusivo. Si tratta del Club dei 27. In pratica sono tutte leggende della musica rock morte nel fiore della loro giovinezza. Avevano soltanto 27 anni quando sono morte tragicamente. L’ultima stella cadente entrata esattamente dieci anni fa a far parte di questo firmamento è stata Amy Winehouse. Amy fu trovata morta nel suo letto, nella sua casa di Londra, al numero 30 di Camden Square. Era il 23 luglio del 2011.

Solo un mese prima di quello sciagurato sabato di luglio, al concerto d’apertura del suo tour europeo, era salita sul palco di Belgrado ubriaca fradicia. In completo stato confusionale, di fronte a quel pubblico che la fischiava, mentre centinaia di smartphone documentavano senza pietà quella sua disfatta. Cresciuta a pane e jazz, la cantante britannica aveva pubblicato solo due album, ma grazie al suo talento e alla sua voce assolutamente unica era subito entrata nei cuori di milioni di fan. 

L’esito degli esami tossicologici avevano rilevato la presenza di alcol nel sangue. Cinque volte superiore rispetto al limite consentito per la guida. Difficile immaginare a cosa stesse pensando Amy, quando ha bevuto l’ultimo sorso di vodka nella sua casa di Londra. Nelle interviste diceva spesso che aveva ancora molte cose da fare nella sua vita, quel che però è certo è che se ne ha andata troppo presto per farle tutte. Come Jimi Hendrix e Kurt Cobain, era rimasta prigioniera della sua stessa immagine. 

Regina del soul bianco, accostata ad artiste del calibro di Billie Holiday e Sara Vaughan, Amy Winehouse ha riportato in auge la musica jazz e soul scalando le classifiche di vendita. Vincitrice di sei Grammy Award, il massimo riconoscimento in ambito musicale, Amy aveva iniziato a suonare la chitarra a tredici anni, componendo le sue prime canzoni.  E forse non a caso che “Frank”, il suo album d’esordio, era arrivato nel 2003, a soli 19 anni.

Un’ascesa folgorante consacrata tre anni dopo dal successo di “Back to Black”. Le sono bastati solo due soli album per entrare nella storia. Magnetica, vivace, irriverente, eppure al contempo fragile e insicura. Una carriera da favola costellata da luci, ma soprattutto da ombre. La depressione, i suoi disordini alimentari, l’abuso di droga e di alcool e poi i pessimi rapporti con i genitori e il divorzio dal marito, responsabile e complice nel suo cammino d’autodistruzione.

Ciò nonostante quella ragazza dai capelli strani, dopo dieci anni dalla sua tragica morte, continua a far parlare di sé e a vivere nel ricordo di molti. La sua profonda umanità continua a riverberarsi nei versi che ha scritto e interpretato in maniera assolutamente unica. Un’eredità racchiusa in una manciata di canzoni. È lì che si nasconde la vera Amy, quella che si raccontava senza filtro, cristallizzando la vita, le gioie e i dolori del quotidiano in straordinarie perle di poesia senza tempo.  

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