Srebrenica: le colpe dell’indifferenza

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C’eravamo ripromessi che non sarebbe più successo quando, il 27 gennaio del ’45, l’Armata Rossa entrò ad Auschwitz e scoprì l’Orrore. “Mai più guerre, mai più campi di concentramento” dicemmo alla fine di quel confitto che più di tutti aveva calpestato e reso nulla la vita umana. Eppure, cinquant’anni dopo, sempre nel cuore d’Europa, 8372 uomini troveranno la loro morte in una esecuzione di massa. Era l’estate del ’95, in ex Jugoslavia c’era la guerra e il culmine fu a Srebrenica, in cui avvenne il genocidio. Fra l’indifferenza di ieri e oggi, ecco perché è importante ricordare ciò che successe nella città bosniaca. Anche qui.

L’11 luglio si ricorda l’eccidio che portò alla morte circa ottomila civili bosgnacchi (bosniaci di fede musulmana), uccisi dalle forze serbo-bosniache guidate dall’allora generale Ratko Mladic. I corpi vennero poi gettati in fosse comuni, per cercare di nascondere il crimine commesso.

Sono passati 26 anni dal genocidio più cruento e feroce avvenuto dopo la fine della Seconda guerra mondiale nel continente europeo. 

Srebrenica è stata l’ultimo passo dell’odio, della discriminazione ed infine della pulizia etnica. Srebrenica è stata sterminata per mano di un gruppo di assassini di cui si conosce nome e cognome, ma le colpe, non possono ricadere solo sugli esecutori materiali. Perché ci fu anche chi sapeva, rimase a guardare e non fece nulla. Questi furono i caschi blu olandesi dell’Onu. Questi furono la civile Europa e il democratico Occidente. Questi fummo noi.

Un ricordo mite e indifferente

“Una delle pagine più buie dell’Europa contemporanea dopo la Seconda Guerra Mondiale”, “una vergogna”, “la ferita ancora aperta di un popolo che cerca giustizia”, queste alcune delle frasi che si rincorrevano più spesso sui media, esattamente un anno fa, per commemorare i 25 anni dai fatti di Srebrenica. Venticinque anni sono un quarto di secolo, sono un lasso di tempo spartiacque e allora, i reportage, le edizioni speciali, gli approfondimenti cercavano di sviscerare, fino ad arrivarne al midollo, le ragioni che avevano portato a quella carneficina.

Quest’anno, sono 26 le estati che ci separano da quella torrida e afosa del ’95, e la copertura mediatica si è ridimensionata. Qualche accenno alle sepolture dei resti ricomposti e identificati delle vittime e qualche articolo riciclato dagli annali passati.

L’Europa e l’Occidente, gli europei e gli occidentali, hanno altre magagne a cui pensare, e il fatto di essere stati a guardare il consumarsi di una pulizia etnica senza far nulla, alla fine, non pesa poi molto. 

Eppure, qualche esame di coscienza sarebbe necessario, sia per il ruolo svolto nel conflitto balcanico, sia per quanto riguarda la lezione che ci può dare quanto successo a Srebrenica. 

Quei caschi blu che avrebbero dovuto difenderli

Per capire appieno la posizione e le mancanze dell’Onu, bisogna fare un passo indietro, e spiegare quello che accadde all’epoca. 

I fatti avvennero fra il 6 e il 25 luglio del 1995. L’indipendenza dalla Jugoslavia avvenuta nel ’92, aveva trascinato la Bosnia ed Erzegovina in una guerra civile, che durava già da tre anni. Srebrenica, enclave bosgnacca in territorio serbo-bosniaco, era stata dichiarata “area di sicurezza” dalle Forze di protezione e di pace delle Nazioni Unite, che ne detenevano il controllo. 

L’area serviva come punto sicuro per la popolazione e i profughi che, dopo essere stati cacciati dalle proprie abitazioni o messi in fuga dagli scontri fra il governo e le forze separatiste serbe, cercavano rifugio. Sul campo erano impiegati circa qualche centinaio di soldati ONU olandesi, i così detti “caschi blu”, che avevano il compito di tutelare e difendere i civili, per la maggiore di fede musulmana. 

Il 9 luglio, la “Safe zone” di Srebrenica, e i territori limitrofi, vengono attaccati dalle truppe serbo bosniache e, dopo un’offensiva durata tre giorni, l’11 luglio, l’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina riuscirà ad entrare definitivamente nella città. 

Mladic è presente, parla con la gente del posto, dirà loro che non verrà fatto del male a nessuno. Pure i caschi blu olandesi ci credono e non faranno nulla, pur essendo una zona di loro controllo, pur sapendo perfettamente che l’intenzione del generale è quella di compiere anche a Srebrenica una pulizia etnica, con qualsiasi mezzo.

Le truppe serbo-bosniache divideranno la popolazione: i maschi, dai 12 ai 77 anni da una parte, le donne, gli anziani e i bimbi dall’altra. La motivazione? Per essere interrogati. In realtà gli uomini verranno fucilati, in molti casi fatti a pezzi e gettati in circa 90 fosse comuni. Mentre anziani, bambini e donne furono deportati, e molte donne subirono stupri, non solo dai soldati serbo-bosniaci, ma anche dagli stessi olandesi. 

L’inazione dei caschi blu venne giustificata col fatto che le risoluzioni Onu votate allora non davano ai militi i mezzi per agire. Questa versione, è stata poi giudicata dallo stesso tribunale olandese come lacunosa e corresponsabile del massacro, per il 10% (sì, hanno dato anche una percentuale di colpa). 

Srebrenica è la chiave

Il genocidio è l’ultimo passo nel disegno di distruzione di un popolo. La comunità internazionale, nel suo disinteresse, nelle sue fallimentari politiche di peace keeping, nella sua tardiva azione e inazione, ha permesso che la pulizia etnica potesse arrivare fino alla criminale uccisone sistematica. 

E di questo aspetto, fatto passare sempre come secondario, bisogna rendersene conto, perché è ciò che succede ancora oggi, in altre zone e conflitti nel mondo. 

Il genocidio di Srebrenica è successo 26 anni fa. Qui, in Europa, nel suo cuore; ne siamo stati tutti telespettatori. 

Eppure, quando si tratta di ricordare i crimini dell’uomo, le distanze temporali e geografiche sembrano quasi allungarsi. Ci vogliamo distanziare dalla Shoah, il genocidio degli ebrei, dicendo che è passato troppo tempo, perché ricordare? 

Ci vogliamo distanziare da Srebrenica, dicendo che è successo in est Europa e fra “salvi di diverse religioni”, perché ricordare? 

Non parliamo poi di altri genocidi, come quello in Ruanda; proprio oggi cade l’anniversario, c’è qualcuno che lo ha ricordato? Pochi, l’Africa è troppo lontana, anche quando i morti sono 800.000 – 1.000.000.

E delle fosse comuni di nativi canadesi ritrovate nelle ultime settimane? Anche lì, in quei casi l’America si fa lontana e poi, alla fine, erano poi solo dei “bambini indiani” e allora ci si presta a pochi trafiletti di giornale. 

Eppure. Eppure erano persone, esseri umani, uccisi da altri essere umani perché minoranze o una comunità da schiacciare perché ritenuta fastidiosa.

Uccisi da quel piano criminale che vuole la soppressione dell’identità dell’individuo ad ogni costo, perché non basta che l’ebreo, il rom, l’omosessuale , il disabile, il musulmano, il tutsi, o il nativo (le categorie sono molte di più) se ne vada da un luogo, bisogna che sia distrutto, annientato, deve scomparire, non deve essercene più traccia.

No, a questo non pensiamo mai. Per non ammettere che, o siamo stati noi ad avere l’arma in mano o abbiamo assistito. Come non pensiamo anche al fatto che, se non ci rendiamo conto dei nostri errori, delle nostre mancanze e di cosa noi, in quanto esseri umani siamo capaci, in una fossa comune, un giorno, potremmo finirci noi. 

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