Suicidio col selfie estremo

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La moda è drammaticamente in auge e la sfilza dei “selfie panoramici” scattati in situazioni di totale rischio e precarietà, si moltiplica con una demenziale progressione geometrica: qualche giorno fa è stato il turno di Sofia Cheung, modella e  influencer di Hong Kong, arcinota sulle sconfinate autostrade del web per la sua temerarietà. Avventuratasi sulla cima della fremente cascata di Tsing Dai, nella spasmodica ricerca della angolazione più suggestiva e più rabbrividente, si è sporta troppo per poi scivolare e precipitare nel vuoto. 

L’ audace gabbiano che adorava le scoscese alture e le irte scogliere, luoghi ideale per strappare all’obbiettivo immagini inimmaginabili, adrenaliniche al punto di incrementare il seguito di migliaia di follower su Instagram, ha perso la vita nel modo più innaturale, in una fascinosa area naturale della ex colonia britannica.(guarda il video qui sotto)

Una rilassante e rigenerante escursione affrontata con un gruppo di amici , nell’ondivago paesaggio di una stupenda riserva ecologica zeppa di blocchi rocciosi, di sentieri arditi e di inaspettati trabocchetti sparsi lungo un percorso da “fotocrossisti”,  si è tramutata nel dramma più cupo sotto il segno della dissennata investigazione del selfie mozzafiato, quello che strappa un certo numero di ” Ohhh” così belli da intascare, quando hai solo 32 anni , commiati sensazionali. Il problema non è purtroppo nuovo, ne avevamo parlato a inizio anno (leggi qui sotto)

Ma una vita è barattabile con il guizzo di una guasconata, con una spacconata da effetti speciali -così speciali da diventare ferali- con una smargiassata da equilibristi che si improvvisano professionisti sul sottilissimo filo della sorte?

Colti da un raptus fantasmagorico, giovani, turisti, escursionisti, semplici scarpinatori della domenica, meditativi indagatori delle bellezze della natura vengono improvvisamente folgorati dal desiderio di essere “cool”, sfornando l’uovo fuori dal cesto, magari un uovo di struzzo, da postare poi con immane senso di orgoglio sui social media per raccattare complimentose ricompense sotto forma di like e di “commentini ” stupiti e forse anche mediamente stupidi.

Psicologi e ricercatori hanno più volte analizzato, girandola e rigirandola, la struttura della pulsione da selfie che “non sono dannosi se non quando il comportamento umano che li accompagna perde   

la bussola del buon senso”.

Diversi rapporti classificano gelidamente le scomparse da selfie o “selficidi”  paragonandole a “una qualsiasi morte accidentale che si verifica mentre si scatta un autoritratto fotografico”.

Mi sembra una panzana e una semplificazione così banalizzante da fare storcere il naso, la bocca e il pomo d’Adamo: l’aspetto inaccettabile è che per molti olimpionici dell’azzardo è inesorabilmente necessario un patto con il diavolo per conquistare un mirabolante like sul profilo Facebook, per essere accettati e profondamente ammirati, quasi amati per certe stramberie che mirano alla visibilità , alla considerazione e alla universale suggestione.

E’ lecito affermare che sembra ormai certificata la impellenza di lasciarsi avvolgere dal nero seppia della aleatorietà, dentro certi giochi mostruosamente surreali che plasmano i debilitati alla deriva come palline di una roulette  dove spesso esce lo zero.  

Un famoso e raziocinante youtuber ha dichiarato, non cinicamente ma intelligentemente : “Ecco come si muore da dementi”.

Intanto la inesausta regia dell’assurdo ripropone sugli schermi certi accadimenti agghiaccianti e sconcertanti: quello di Meenakshi Moorthy e di suo marito precipitati in un Parco Nazionale della California mentre collezionavano selfie da iattura sull’orlo di un dirupo che accalappiava corpi lungo uno scivolo di 250 metri; quello della sventata turista che si avvicina alla lava fusa, in un duello rovente,  

per perfezionare un selfie da gran premio nei pressi del cratere del vulcano Erta Ale, in Etiopia; quello del fotografo David Fleetham, sorridente e sfidante nella coreografia di un selfie alla Dario Argento, con accanto la sagoma di un grande squalo bianco nei mari di Guadalupe in Messico; quello del ventiseienne Wu Yongning, sdraiato in una siesta definitiva sulla prominenza di un edificio di 62 piani, nell’attimo che precede un disastroso volo nel vortice del vuoto, nella città di Changsha, in Cina.

Intanto la inconsulta sfida contro i mulini a vento del selfie da batticuore, da spaghetto, da fifa e da tremarella continua a riproporre eventi di straordinaria follia: gareggiare allo sbaraglio nella irrisa e sbrigativa valutazione della incognita finale è diventato uno degli sport più praticati, così apprezzati e così corteggiati, fino a quando il destino non si tinge di Apocalisse.

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