Il primo oro olimpico a 13 anni

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La tredicenne Nishiya Momiji ha vinto il primo oro della storia Olimpica nella disciplina dello skateboard street: gli atleti giapponesi, metà anguille ancheggianti e snodate e metà colibrì fra lo schizzato e la nevrastenia da guizzo, hanno fatto incetta di medaglie sia maschili che femminili.

Miriadi di acrobazie sull’ orlo dell’abisso hanno farcito di adrenalina le mie notti insonni, mentre il barone Pierre de Coubertin dava una ripassatina alle leggi della gravità.

Lo skateboard , confidenzialmente chiamato skating dal gran popolo degli strizza palpitazioni, è nato in California, negli anni sessanta.

Per praticare il gran tormentone zigzagante e sussultorio basta uno speciale attrezzo che si riduce a una tavola con 4 ruote , due anteriori e due posteriori , ammesso che in questo pazzo epilettico esercizio si possano definire con esattezza un posteriore e un anteriore, un basso e un alto, una deviazione o una convulsione, un decollo o un rompicollo.

Si dice che sia stato inventato, in una notte di sabba di streghe ubriache, per permettere ai surfisti di praticare il proprio ondosissimo sport anche in assenza di mare.

Fatta la premessa, mi urge raccontarvi la mia traumatica esperienza fresca di giornata , fatta di momenti in cui non solo ho temuto per la mia incolumità ma anche per la mia vita, tuttora parzialmente interessante.

Stamattina, nella quieta coreografia del giardino pubblico, me ne stavo quasi spaparanzato su una panchina appena verniciata, con il mio giornale dispiegato ai leggerissimi pizzicotti di una lievissima brezza, quando d’un botto ho percepito come un ronzio di uno stormo di calabroni da guerra per poi sentirmi sfregare la scarna capigliatura da una sorta di oggetto non identificato.

Per la miseria, era proprio uno scapigliatissimo skateboarder con stampigliato sul volto un sorriso d’ordinanza, scarpe gialle con strisce violacee , due mini ginocchiere e pezze colorate sulle braghe quasi fumanti.

Il tipo, discretamente indifferente alle vicende del mondo, volteggiava come una banderuola sotto tormenta, scivolando con il suo aggeggio su un ringhiera percorsa in una scorreria colma di fantasia funambolica, galoppando poi quasi verticalmente sulle pareti scrostate di un bagno pubblico con l’abilità del talento contro natura per poi planare in una sorta di salto mortale , o forse immortale, sulla piantana di un  canestro da basket.

Lo osservavo terrorizzato e nel contempo ammirato, mentre il suo destreggiamento scorrazzava su un muretto stretto stretto dove alcune lucertole imparavano, per la prima volta nella loro esistenza, ad abbozzare una mezza imprecazione :ma il clou di quella irruzione ha raggiunto il vertice massimo nel momento in cui l’anticipatore della velocità della luce si è posizionato diagonalmente, sorvolando un passeggino fortunatamente sfitto per poi infilare un ballatoio di tubi delle fognature ammonticchiati alla rinfusa, percorsi prima di sbieco poi di sghimbescio , sino a disegnare improbabili evoluzioni oblique e traverse con uno stile contorto e un pò marziano, fra il perpendicolare camuffato da sbilenco olimpionico. 

 Lo skateboarder è sparito all’improvviso, forse sfruttando un passaggio sulla sommità di un pullman di linea, ho avvertito una diffusa dolenzia alle ossa , un senso di spossatezza e di critico affaticamento, cercando di ricomporre il mio giornale che si era nel frattempo appallottolato per il gran travaso di sudore ascellare.

Ricordo tre passeri su un tiglio , non certo alla ricerca di passere: sembravano statue di stucco e dal loro cinguettio stremato si intuiva, dallo strofinare delle ali, l’apprensione e perfino lo spavento mentre dalla tremarella delle code usciva una fifa da ordigno non omologato.  

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