La porchetta della discordia

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Si trova a Trastevere, ed è frutto degli artistici e scultorei lombi di uno studente della Rome University of Fine Arts. La scultura, facente parte del progetto “piazze romane” attuato a fine giugno scorso, è una di 8 patrocinate dal Municipio. Alla RUFA, hanno spiegato che questa opera in particolare: “intende celebrare il momento di convivialità che lo stare all’aria aperta, il vivere insieme, lo scambiarsi idee e sorrisi porta con sé. Il periodo di pandemia vissuto fino a ora ha fatto perdere di vista quando sia necessario confrontarsi, anche vivacemente, su temi e argomenti”.

Fatto sta che la porchetta in travertino, perché di questo si tratta, non sembra aver suscitato le passioni goderecce e conviviali di tutti.

Anche se il popolo dell’urbe è celebre per gozzoviglie e libagioni, l’opposizione all’amministrazione Raggi non ha perso l’occasione per aggredire vilmente la suina scultura, la cui tensione intrinseca, che per magia trasforma il marmo in lardo, pone su un piano metafisico il consumo di carne, esprimendo metaforicamente l’uomo che divora se stesso, in quanto porco e distruttore.

Va bene, la smetto di dire fesserie. Il consigliere pentastellato Daniele Diaco, serpe in seno della sindaca cinque stelle pure lei e presidente della commissione ambiente, si è accanito contro l’installazione, varando addirittura una petizione. Il ribaldo Diaco, evidentemente braccio armato dei vegani, trova la porchetta di marmo laziale alquanto indigesta. (guarda qui la petizione)

https://www.change.org/p/presidentesabrina-alfonsi-togliamo-la-statua-della-porchetta-nel-quartiere-trastevere-a-roma

Noi ovviamente, in quanto ticinesi, fatichiamo a capire l’astio per una scultura che glorifica l’amico suino, animale gentile e generoso, che nei secoli si è tanto sacrificato per la sopravvivenza delle nostre genti. Salami, cotechini, luganighe e luganighette, prosciutti e coppe, mortadelle e costine, scorrono letteralmente e praticamente, nel sangue delle nostre genti.

Anzi, il maiale è talmente intrinseco alla cultura contadina nostrana, che ci stupisce che da noi non ci si sia ancora attivati per erigere un monumento, degno dei marmi di Vincenzo Vela, a ricordo imprerituro della gratitudine ticinese per il paffuto e roseo ungulato.

Anzi, faccio un passo in più. I romani non vogliono la porchetta di Trastevere? L’adottiamo noi, sicuri che i comuni ticinesi faranno a botte per accaparrarsi la pregiata opera, che nell’esanime suino evidenzia la tensione alimentare che si intreccia con il vissuto contadino di un’intera regione. La LAV, la lega antivivisezione italiana, ha definito la pregevole rappresentazione suina e ode alla convivialità un “monumento dedicato all’olocausto animale”, invero forse esagerando un po’.

Non lo è più di quanto non lo sia una porchetta nella vetrina di un norcino toscano o delle luganighe appese in una macelleria di Viganello.

Gli animalisti della LAV, si sono ingaggiati per: “…chiedere che quest’opera assurda e insensata, che per noi non è arte ma un insulto al valore della vita degli animali e ai romani tutti, sia sostituita con un monumento dedicato all’olocausto animale”.

Che la porchetta in marmo non piaccia possiamo capirlo, che al suo posto venga eretto un monumento all’olocausto animale forse risulta anch’esso un po’ indigesto ai romani, gente che ad abbacchio e salsicce non sta certo indietro. Comunque ribadisco, se volete noi un posto alla porchetta in travertino lo troviamo volentieri. A buon intenditor…

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