Ogni nome racchiude un presagio

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“Nomem omen” si usava dire nel latino di Plauto: in ogni nome è racchiuso, più o meno nascosto, un presagio e forse l’intero destino di una persona. 

Già me lo spiegava mio nonno paterno, stufo marcio di presentarsi davanti ad austeri e schizzinosi datori di lavoro con il suo nome di battesimo che faceva “Ultimo”, un segnale allarmante che gli conferiva un magrissimo credito con il regolare rifiuto di assunzione, venendo a smentire il detto (da lui stramaledetto) che recita “Beati gli Ultimi perché saranno i Primi.”

Rammento le illuminanti parole di un esimio studioso di cui non mi sovviene la coordinata – che di certo non era Ultimo – che sostenevano che un nome proprio di persona è ineluttabilmente un sorprendente portatore di segnali e di indizi, carichi di informazioni  e di fondati preavvisi sul soggetto.

Nei tempi più remoti, quando l’uomo e la donna ragionavano in termini un pò arcani e un pò magici, il nome era addirittura considerato la parte pulsante e vitale di un individuo ed esserne a conoscenza equivaleva a possederne il corpo e lo spirito, presumibilmente utilizzandoli come amuleti diversivi  quando capitava di incrociare un mammuth, soprattutto se incazzato.

D’altra parte ogni essere pensante aveva bisogno, nella sua quotidianità, di una sorta di contrassegno personale che gli garantisse una differenziazione rispetto a tutti i suoi simili.

Influenzata dalla moda degli Etruschi e dei Sabini, l’onomastica latina si complicò e ai tempi di Augusto si susseguivano ben tre elementi distintivi : un praenomen, corrispondente al nostro nome di battesimo; un nomen ereditario, espresso dalla gens di appartenenza, il corrispettivo del nostro cognome; un cognomen in genere costituito da un soprannome che evocava certe caratteristiche morali o umorali, psichiche o fisiche dell’interessato.

L’esempio classico casca inevitabilmente su Marcus Tullius Cicero: un Marco appartenente alla gente Tullia legato a un Cicerone che attingeva ispirazione da un cece che avrebbe ornato, in tutta evidenza, il naso del grande oratore.

Un neo ragguardevole a forma di cece, inestetico ma pure austero, debordante eppure importante, un “cecione” riqualificato in un Cicerone dall’eloquio fluente come le acque del Tevere in piena.

Ai nostri giorni, dinamici esploratori della materia avrebbero individuato un’oceanica gamma di nomi di battesimo, quantificata in circa diciassettemila versioni: ecco perché mi incavolo come una pulce abusivamente sfrattata dall’ospitale dorso di un cane quando certi genitori tentennano, arzigogolano e ponderano sino allo sfinimento attorno allo sfiancante cimento dell’amletico dubbio: “Come lo chiameremo? “.

La mia curiosità è solita traccheggiare fra i dorsali carsici delle originalità e dalle stravaganze più spinte, quasi uscite da una collisione di unicorni: Cencio, un vecchio amico delle scuole primarie convolato a ingiuste nozze con una tipa stizzosa che lo ha ridotto a uno straccio permanente; Minimo, uno stimato collega cascato in una brutta depressione per una presumibile deficienza dei parametri del suo ammennicolo maschile; Elusa, una lontana parente caduta in pesante disgraziato contenzioso con il Fisco per la sua congenita allergia alle fatturazioni.

Un amico romagnolo di mio nonno Ultimo chiamò veramente, in una folata di trasmigrazione dalla realtà, i suoi tre gemelli maschi Rivo, Luzio e Nario: mirabile sintesi segmentata di un anarchico senza limiti e senza paure.

Ne uscirono tre elementi da sbarco, con evidenti problematicità di insofferenza all’idea di avere un padrone e con una marcata propensione alle ripetute letture di Thomas More e del prete ateo Jean Meslier: l ‘eterna condizione di squattrinati endemici non procurò comunque loro infelicità o pentimenti.

Dal concetto di “nomen omen” si slitta a volte precipitevolissimevolmente verso la categoria non omologabile del “nomen fenomen” ed ecco perché vi parlerò forse, la prossima volta, di tre sorelle insubriche tatuate da un battesimo celebrato sotto il segno delle stramberie galattiche: Protonia, Elettronia e Neutrina. 

Lievita il sospetto che i genitori, comunque fuori di capa, fossero visceralmente innamorati della fisica, con una spiccata fascinazione altrimenti definita “Sindrome da Cern”. 

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