Quel cargo USA con 640 afghani

Pubblicità

Di

Certamente resterà nella storia delle migrazioni fulminee questa foto simbolo della biblica fuga disperata e diseredata da Kabul, città tradita, diventata in poche ore l’anticamera di un immenso reclusorio presidiato da uomini barbuti, armati per eccesso dentro un ammasso di stoffe che amplia ancora di più le loro forme talebane ed esiziali. Intanto il pancione del C-17 ammassa l’impensabile: uomini, donne e bambini, stabilendo forse un drammatico Guinness dei primati nel suo decollo verso la speranza.

La foto è strabiliante, scattata nel pieno dell’ansimante fuga dalla capitale irrorata dalla schiuma dei nuovi padroni.

L’immagine, sembra estratta in parte dal libro dell’Apocalisse e in parte dalla nordica favola di quei quattro amici che viaggiavano dentro una valigia, è stata diffusa dai militari americani, per essere poi rilanciata dal sito Defense One che spiega, con appropriatezza di dati tecnici, che un C-17 resta a tutt’oggi un aereo omologato per una capienza massima di 154 persone.

Ma gli afghani, tallonati dal capestro della paura, forse irrazionale perché risulta tutt’altro che facile ponderare con pacatezza e stoicismo la psicopatica imminenza di una lama sulla giugulare, fluiscono sulla rampa semiaperta del velivolo, fondendosi e rimpicciolendosi, mentre i membri dell’equipaggio prendono la decisione di partire.

L’opzione dell’ascesa dell’arca di Noè, satura di un’eclisse di umanità spaventata che si adatta a tramutarsi perfino in bassorilievo, mette sul tavolo un elevatissimo rischio, come testimonia la concitata conversazione  radio tra un ufficiale e un operatore, quando si pensava che nell’opprimente alveo della stiva si fossero incastrati addirittura 800 viaggiatori della disperanza 

” Ok, quante persone pensi che ci siano sul tuo aereo?…800?”. A seguire, un’imprecazione di pancia, non malevola ma semplicemente carica di apprensione.

Eppure, nel pullulare di un sovraffollamento mai visto, l’uccello dei miracoli decolla, conquista il cielo e arriva felicemente a destinazione, nella base della aviazione USA di Al Udeid, in Qatar.

Vi invito a guardare e riguardare questa foto soffermandovi, se trovare qualche momento di riflessiva osservazione, su questo acciottolato di corpi umani, una pavimentazione di cuori che pulsano e di volti che trasmettono, in molti casi, l’ineguagliabile pacatezza del fatalismo riconoscente.

In primo piano, nell’angolo sulla destra, un bambino discretamente paffuto ciuccia il suo latte da un confidente biberon dosato a fatica dalla madre, mentre al centro della calca quattro o cinque giovani uomini riescono a deformare la pressione dei corpi in una sorta di irradianti sorrisi che si incrociano, appena abbozzati.

E sulla sinistra, quasi lievitante sulla spremuta di sagome che pesano e che gravano seppure in una astrazione alleviata dal soffio dell’anima, un vecchio forse racconta cose belle a un bambino esausto.

E su una miriade di espressioni si percepisce affabilità e gentilezza, nonostante la buriana dei respiri e dei movimenti minimi vitali la facciano da padrone in questo polmone volante dove costretto in una cassa toracica di lamiera. Centinaia di destini strofinano la tenera lusinga della sopravvivenza, mentre a terra, l’incubo è appena cominciato.  

Pubblicità

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

NO,GRAZIE!