Quel ceffone all’afghano in bicicletta

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Vorrei commentare brevemente un breve video girato in una strada afgana ,un frammento di immagini che mi hanno profondamente disgustato e intimamente ferito, nonostante  la non definitività dell’ esito del risultato finale , se rapportato alla inclassificabile drammaticità dei filmati dei disperati precipitati dall’aereo in una infinita verticale verso l’impatto con la morte, dei lanci di bambini oltre le matasse di filo spinato nella confusione di un aeroporto trasformatosi in girone infernale e delle sventagliate di pallottole sganciate secondo gli ondivaghi umori della bastardaggine. 

Il fatto rientra nella classificazione degli eventi minimi , di quegli episodi secondari che assumono ,a parer mio,  primaria importanza nella pesatura di una nuova realtà fatta di vigliaccate e di prepotenze bisunte.

Osservo un giovane afgano pedalare sulla sua bici discretamente usurata, una bandiera penzolante sulle spalle con il fluttuare dei colori nero, rosso e verde che bordeggiano un stemma.

I passanti sfilano rapidi e guardinghi e a farla da padrone è un pick-up scuro, con sopra una manciata di talebani barbuti e bardati di tutto punto , secondo i parametri che esigono fierezza e autorevolezza dentro il carnevale delle angherie propinate come pillole prescritte dal farmacista pazzo.

Il mezzo frena bruscamente mentre il ciclista pedala alla sua maniera, con lo stile di un passista che perde regolarmente le volate, pur riempiendo le borracce da vero artista.

Ed ecco un energumeno , un gigantesco scarafaggio certo prepotente e forse onnipotente, saltare con l’agilità di una molla dal cassone scoperto per dirigersi con passo spedito e sfrontato verso il ragazzo che desidererebbe probabilmente infilare una cartolina fra i raggi delle ruote, per emettere un gioioso ” fruu,fruu” nell’aria calda e umida di una Kabul stuprata.

Il combattente strafottente lo blocca con energia guerriera e gli tuona nelle orecchie frasi secche e insolenti, ordinandogli di togliersi quella sciocca e offensiva bandiera dalle spalle che si ricurvano un poco : poi gli strappa una sorta di cuffia-bandana dal capo, serra i tacchi e imprime energia ai bicipiti, figli di una scuola dove la violenza è l’alfabeto base.

Il ceffone che parte, secco e a tutto polso, raggiunge la guancia della preda sulla sella , imprimendo una rotazione innaturale al capo del castigato : e mi sovvengono i manrovesci inflitti dall’implacabile maestro  all’ultimo della classe elementare, quello addetto a beccarsi le sventole, plateali e umilianti.

Fremo e provo un sentimento di impotente paura , ma per questa volta , solamente per questa volta, l’obbiettivo è quello di tatuare l’avvertimento di una libertà soppressa a tempo indeterminato.

Il randagio ciclista non barcolla e serra forse gli occhi, nella fluttuante attesa di un proiettile prescritto dalla legge del più forte : ma oggi è giorno di ultimatum esemplari e non mortali e l’orco della didattica comportamentale si allontana, stringendo la bandiera sequestrata come fosse uno straccio da strizzare, dopo aver fatto incetta di sudore.

I suoi soci se la ghignano soddisfatti e sembrano commentare in un gorgo di frasi mefitiche ed esuberanti.

Il pick-up sgomma e si allontana mentre il concerto delle piccole cose quotidiane ammutolisce, nella attesa che altri omiciattoli mostriciattoli giungano ad impartire la magistrale lezione dello strapazzo e della oppressione.

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