Quel socialista utopico di van Gogh

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Su Vincent Van Gogh, la cui vita fu un glorioso miracoloso insuccesso, volevo spendere due parole. In primo luogo perché solo dopo la morte, in un letto circondato da una ridda di aloni di fumo di pipa,  fu riconosciuto il suo infinito valore, in particolare da quella porzione di irritante borghesia i cui ideali il pittore aveva sempre rigettato sbattendo la porta, concentrandosi sulle sue proiezioni socialiste dove era solito sognare l’operaio libero che produce da solo.

Come per molti altri artisti, dovette optare per la morte, avvenuta il 29 luglio del 1890, per tramutarsi in postumo eroe di un avanguardia solitaria e incompresa, conquistando un’immane centralità e abbandonando quel ruolo di outsider che tanti critici gli avevano assegnato, dopo aver scovato la ficcante immagine di “metà monaco e metà artista”.

Del dinamitardo responsabile dell’esplosione dei colori, ho sempre amato quella scomoda ideologia non dissimile dal progetto dei socialisti utopisti inglesi come William Morris, ovvero l’ideale di una società senza padroni, che era poi paragonabile al sogno di inserire artigiani, contadini e operai in un’interminabile tela, colma di sentimenti impetuosi rosicchiati dal pragmatismo dello strapotere dei controllori del mondo e della spietata imprenditoria conformista e conservatrice.

Vincent scorge nella dimensione del contadino il soggetto da ritrarre che si trasforma subito nello spettatore che ha il sacrosanto diritto, primo fra tutti, di sedersi davanti al quadro di cui è protagonista.

Nei “Mangiatori di patate”, giocato in un rilancio di luci e di ombre che  indugiano implacabili sui volti, brutti, emaciati e quasi sfiniti, arrotati dal quotidiano sfregamento con la povertà,

certo caricaturizzati nel filtro di una filigrana di tetra malinconia, ritrovo la mitologica potenza del pasto frugale e una sorta di laicità quasi “pregata” attorno alla montagnetta dei tuberi, corteggiati senza aggressività da dita che sono pertiche dentro mani così magre da esaltare una compassionevole sfilata di nocche quasi pronte a fare da acciarino, attizzandolo, al pagliericcio della notte che viene.

Personalmente nutro la certezza che l’artista delle turgide e spettinate chiome di grano e dei girasoli che ruggiscono mirabolanti dall’alto del vaso riviva, sera dopo sera, dentro quell’olio su tela realizzato a Nuenen, nell’aprile del 1885.

E si accosta silenzioso a quei cinque personaggi che spigolano la terra indagando il miracolo delle patate, da mangiare al lume della lampada, così fioco da conferire ancora più corpo al caffè di malto planato nelle tazze .

Quelle persone sono i suoi inseparabili amici che rivoltano instancabili le zolle e le loro parole sono così poche e secche e forse incespicanti e quasi soppesate tanto da santificare l’ onnipotenza del silenzio:  sono i furtivi esseri che dentro una capanna turbano e nel contempo ipnotizzano lo sguardo, mentre van Gogh ammonisce” …ma chi preferisce guardare i contadini con sentimentalità, è libero di pensare come vuole”     

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