Quella foce che è un cimitero

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L’ennesimo annegamento a Lugano, dell’ennesimo straniero o richiedente l’asilo, pone dei seri dubbi sulla capacità delle autorità preposte a controllare la situazione. Soprattutto alla foce del Cassarate, che sta diventando un cimitero a cielo aperto.

Il nuovo caso di annegamento dell’altro giorno, che ha coinvolto un uomo di 27 anni di origine indiana, pone diversi interrogativi, al punto che il PS cittadino, a firma di Aurelio Sargenti, ha depositato una mozione per un piano di informazione e prevenzione. 

A tutto questo, si è aggiunta l’infelice frase di un portavoce della polizia che intervistato ai microfoni di Teleticino ha detto, cito: 

“…per una scelta loro di entrare in acqua, magari non sanno nuotare bene come noi, ma anche il fatto umano che gli uomini di colore hanno una densità maggiore e quindi fanno più fatica a stare a galla…può incidere in un annegamento.”

Una frase infelice che ha sollevato parecchie levate di scudi e perplessità, sia per la faciloneria con la quale è stata proferita, sia per la generalizzazione che risulta offensiva.

Fa piacere che il sottoufficiale abbia probabilmente letto il periodico di divulgazione scientifica Focus, farsi una cultura è sempre importante. (leggi qui sotto)

https://www.focus.it/cultura/curiosita/perche-non-ci-sono-campioni-di-nuoto-neri

L’articolo riporta la maggiore difficoltà dei neri nel nuoto (intesi come di origine africana) non tanto per la maggiore densità ossea, quanto per la differenza di tessuto muscolare che predilige gli scatti (li vediamo infatti primeggiare nell’atletica e sulle brevi distanze) e invece li penalizzerebbe su sforzi medio lunghi. Anche qui un mito da sfatare, visto che i maggiori maratoneti sono etiopi e kenyoti.

Comunque i neri galleggiano, ve lo garantisco.

Mescolare comunque indiani, africani e chissà che altro nel calderone di “quelli dalla pelle scura” è faciloneria, visto che le differenze morfologiche, fisiche e psicologiche sono dettate per la maggior parte dal clima, dal territorio e da un genoma costruito nei secoli. Genoma che se mischiato, cambia per fortuna le carte in tavola. Un’amica con una figlia di etnia mista, mi ha detto con una punta di amara ironia: 

“Mi viene voglia di chiamare la polizia lacuale di Lugano per chiedere se devo preoccuparmi ora che so che la densità di mia figlia è maggiore e affonda, posso ancora portarla in piscina?”

Scherzi a parte, rimane tutta l’amarezza di un ennesimo morto che si somma ai 7 che il Ticino ha già tristemente sottratto esanimi alle acque quest’anno. (leggi qui sotto)

Ma il problema cronico sono coloro che vengono dall’altra parte del mondo: alla foce del Cassarate nel 2016 muore Tesfaj, 21enne profugo eritreo. Nel 2018 muore Desmond, profugo del Benin che spira tra le acque del Ceresio

A giugno di quest’anno nella piscina comunale sempre di Lugano affoga un altro profugo eritreo di 35 anni. Luglio, dopo un mese è un altro eritreo a perdersi nelle acque, lo trovano a 18 metri di profondità oltre la foce del Cassarate. Due giorni fa il 27enne indiano allunga la lista di tipi “densi e colorati” che muoiono nelle nostre acque.

Se tanto mi dà tanto, seguendo il ragionamento del poliziotto, gli eritrei dovrebbero essere sensibilmente più densi e pesanti degli altri africani.

Forse però pensandoci bene non è un problema di densità. Forse invece è un problema di menefreghismo, perché se fossero stati ticinesi ora la foce sarebbe piena di cartelli, la foce sarebbe circondata dalle boe dove c’è l’acqua alta, con i volontari che fanno volantinaggio come in Verzasca e un bagnino pagato dalla città di Lugano.

Forse è vergognoso che debbano morire cinque persone prima che ci si decida a fare qualcosa, e tiro in ballo anche Norman Gobbi, visto che è il suo ramo quello dei profughi. Fare prevenzione, informare, avvisare è un nostro dovere. Non puoi lasciar passeggiare in giro gente che magari non ha mai visto un campo minato e poi versare la lacrimuccia quando saltano per aria. Tuo dovere è segnalare il campo minato a tutti, soprattutto a quelli che non sono del posto.

Abbiamo fatto grandi sforzi quando a morire erano i turisti in Verzasca. Anche lì è dominata l’inazione per non farli scappare spaventati fino a che, all’ennesimo morto, si è deciso che era meglio fare qualcosa. Oggi urge attuare un piano per avvisare i turisti ma soprattutto i non autoctoni, sia sul posto che nei centri per profughi, parte più vulnerabile della società. Altrimenti, la pubblicità della foce del Cassarate, spiaggia prediletta dai luganesi, reciterà: 

“fatti una nuotata al cimitero!”

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