Scarface va all’asta

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Una ragguardevole quantità di beni di  Al Capone verranno messi in asta, in una sventagliata di 174 battute di martelletto.

Così ha stabilito Diane Capone ,una delle tre nipoti ancora in vita del celebratissimo Scarface, gigantesco protagonista dell’era del proibizionismo americano e gangster dal torrido curriculum, arabescato da una inimitabile tempra criminale che si è forse stemperata nel corso dei decenni, riproponendolo come personaggio letterario e cinematografico e inserendolo in una ridda di strisce di fumetti dal travolgente successo.

Alfonso Capone, il pericolo pubblico numero uno, nato in un quartiere di Brooklyn il 17 gennaio del 1899, vive la sua prima avventura per l’errore di un ufficiale anagrafico annoiato, destinato comunque ad aggiungere a quel remissivo e anonimo Capone un magico fiammante ” Al” . Un nome così potente da cancellare ben presto le modeste origini dei genitori emigrati da Castellammare di Stabia, in cerca di fortuna in una Terra dove il profumo dei limoni si mischia all’aroma dei dollari miscelando, di tanto in tanto, un propellente di rara efficacia.

Papà Gabriele , un mite e logorroico barbiere specializzato nella rifinitura della basetta “alla sorrentina di Chicago” , morirà troppo presto, nell’anno 1920, perdendosi la carriera di uno dei più spietati e strategici capi mafia, che prima di essere rinchiuso nel 1931 nella prigione di Alcatraz per una condanna di evasione fiscale , ebbe l’inesausta energia di accumulare una fortuna personale non lontana dai 100 milioni di verdoni.

Il curriculum delinquenziale evidenzia una inenarrabile serie di ammazzamenti, spesso esteticamente plateali, fra i quali spicca di prepotenza la famigerata “strage di San Valentino” , perpetrata il 14 febbraio del 1929 dove in un garage  al numero 2212 di North Clark Street quattro uomini di Scarface, travestiti da poliziotti giustiziarono , allineandoli per bene lungo un muro, sette ceffi di una banda concorrente che disturbava il florido business del mercato degli alcolici.

La progressione malavitosa di un impero lussureggiante come la foresta amazzonica, impone di ricordare il determinante apporto di lodevoli e maleodoranti politici pagati profumatamente , con capofila il sindaco di Chicago William Hale Thompson Junior, (affettuosamente chiamato  “Big Bill”), certificatore di un tasso di criminalità così elevato da rasentare l’impudenza.

Nel prossimo mese di ottobre andranno all’asta a Sacramento, in California, un’ampia dotazione di armi, di amuleti portafortuna, di oggetti personali, di orologi da panciotto , di capi di vestiario e di gioielli di Al Capone.

Collezionisti e feticisti seriali potranno perfino contendersi il letto matrimoniale condiviso con la moglie nella principesca residenza in Florida, in una sessione di serratissime offerte presentate sotto l’affascinante slogan “Un secolo di notorietà : l’eredità di Al Capone”.

La febbre crescerà nel momento in cui gli appassionati  si prenderanno a gomitate per poter accaparrarsi la pistola preferita da “Al”, un’usatissima automatica calibro 45, e i rampanti sussulti nella battaglia delle acquisizioni di poco si affievoliranno davanti a una ragguardevole raccolta di foto vintage e alla presentazione della lettera scritta dalla fortezza di Alcatraz al figlio Sonny.

La nipote Diane ha pure deciso di staccarsi a malincuore da una mitica immagine sbiadita che rappresenta un ragazzino di cinque anni, avvolto in una maglietta a righe, in braccio alla madre: lo sguardo cogitabondo.

Il fatto è che Al era già concentrato sulla sua futura missione, meritarsi il soprannome di “the big fellow”, il bravo ragazzo, il plasmatore delle scommesse clandestine e delle mille attività illegali di un’epoca robustamente poggiata sulla corruzione.

Un’epoca che sarebbe stata scopiazzata da tutte le altre epoche a venire, compresa la nostra.

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