Semplicemente Pavese, Cesare Pavese

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Nella notte tra il 27 e il 28 agosto del 1950, Cesare Pavese, scrittore, poeta e uno dei maggiori intellettuali del ventesimo secolo, si toglie la vita. Pavese, che ha segnato il 900 con le sue righe e la sua profonda fede antifascista, che gli costò il carcere, si iscriverà nel dopoguerra al partito comunista.

La sua ” La bella estate” era pur stata decretata Premio Strega nel 1950 e ne “La luna e i falò”  era probabilmente riuscito a smascherare  una parte della aggrovigliata e ambigua matassa delle carambole di certe vite , eppure nell’estate dello stesso anno , nella notte tra il 27 e il 28 agosto, Cesare Pavese decise di appendere il suo respiro al Nulla, scegliendo una anonima stanza d’ albergo di Torino , forse l’ emblema di una solitudine troppo frequentata, dentro la sfiancata intransigenza di una indagine attorno al senso di un motivo, di una radice, di una ragione o di un seme.

A settantuno anni dalla sua morte, ripercorrendo “Lavorare stanca” , dopo averlo letto più volte, forse risulta più agevole sfiorare il filo degli intermittenti segnali disseminati fra le tante poesie che ruotano sulla provocazione  della povertà, dell’infelicità, di una rassegnazione quasi pietrificata e della decomposta corruzione della civiltà moderna. 

La caratteristica rilevante di queste liriche è la contegnosa oscillazione, nella sgolata consapevolezza di una resa predestinata, degli emarginati e degli oppressi, che siano operai, meccanici, contadini, disoccupati, prostitute, vagabondi, ladri e carcerati.

E fra le tante esplorazioni affannate del malinconico poeta , scrittore in una terra aspra come il cuneese, vi inviterei a ripercorrere la cerea atmosfera della “Luna d’agosto”, rannicchiata nell’irrinunciabile raccolta “Lavorare stanca”.

Bastano le prime sei righe per appropriarsi della selvatica pesatura dell’arcano crudele e inesorabile: 

” Al di là delle gialle colline c’è il mare, / al di là delle nubi. Ma giornate tremende/ di colline ondeggianti e crepitanti nel cielo/ si frammentano prima del mare. Quassù c’è l’ulivo / con la pozza dell’acqua che non basta a specchiarsi, / e le stoppie, le stoppie, che non cessano mai. “

Poi, volendo, si possono scorrere le altre righe, dove  l’ evento incomoda e quasi molesta, importuno e come non vorremmo che fosse.

Non annotava forse l’irrequieto autore nel suo diario , “Il mestiere di vivere “, l’impossibilità di eludere le burrasche , subendole a sorsate amare?

“Gli uomini che hanno una tempestosa vita interiore e non cercano sfogo o nei discorsi o nella scrittura, sono semplicemente uomini che non hanno una tempestosa vita interiore.”

Chissà se in quella stanza qualunque, settanta anni fa, la Luna d’Agosto seppe regalare l’ultima rivelazione con un guizzo argenteo sopra una solitudine avvezza a  sovrastare le faccende di questo mondo.

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