Si fa presto a dire dittatura

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Il braccio di ferro tra no vax e green pass si è fatto sempre più serrato. Chi non si è ancora vaccinato oppure non ha la minima intenzione di farlo perché il virus non esiste, è tutta una manipolazione, oppure perché immunizzarsi non serve a nulla e il vaccino che c’inoculano è sperimentale, pericoloso, si sente ogni giorno più costretto in una morsa che lo sta privando della propria libertà. Del proprio diritto alla vita. Nella vicina Italia, a riversarsi negli scorsi giorni nelle piazze al grido di “libertà, libertà” per protestare contro quella che definiscono una “dittatura sanitaria” sono state diverse migliaia di persone. Ma proviamo a capire chi sono.

È senza dubbio un popolo accomunato dalla rabbia e dall’impotenza. Anche piuttosto eterogeneo al suo interno. Cementato dalla convinzione di essere finito nel mirino di chi lo vuole subdolamente ingabbiare con obblighi e regole liberticide se non addirittura omicide. Al punto da scomodare la Storia (l’esse è maiuscola non a caso) con paragoni che hanno tirato in ballo a sproposito alcune delle pagine più buie del Novecento. La dittatura nazifascista e la persecuzione toccata in sorte agli ebrei. Eppure quel tipo di privazione della libertà, qui, è quantomeno fuori luogo.

 E il perché ve lo spiego con uno dei tanti esempi che i “giornalisti terroristi” hanno messo in fila in questi mesi di paura e delirio da pandemia. Con l’esempio dell’avventura terrena di Marco De Veglia. Guru del marketing, di origine friulana, ma da anni residente negli Stati Uniti, De Veglia in questi lunghi mesi di pandemia era diventato famoso per le sue posizioni smaccatamente negazioniste. Assolutamente convinto che il Covid fosse una semplice influenza curabile benissimo a casa. Perché attorno al virus, a suo dire, erano circolate più d’una bugia. Così considerava inutile sia il vaccino come pure le mascherine. 

Già, ma perché ne scrivo al passato? Perché Marco De Veglia, dopo essere risultato positivo al tampone, forse contagiato a una festa, è finito prima in terapia intensiva e poi, di lì a poco, è morto. Aveva cinquantacinque anni. Non ce ne frega niente dei vostri green pass. Se muori d’infarto è Covid, se muori di vaccino è infarto. Erano queste le cose che scriveva sui social. “Fino all’ultimo –  ha raccontato un amico – ha sostenuto le sue idee di libertà e contrarietà al vaccino. Era una persona molto intelligente che credeva molto nelle proprie idee e nella libertà personale. Fino alla fine ha sempre minimizzato la malattia“.

“Quando ho deciso di vaccinarmi sei venuto a dirmi quanto ero deficiente. Hai tappezzato ogni mio post dicendo che il Covid si combatte con le cure domiciliari, che la mascherina non serve a nulla, che il virus è solo un’influenza, e che era tutto un complotto delle case farmaceutiche”, ha scritto invece un altro amico di De Veglia, ricordando come, a un certo punto, era stato costretto a bloccarlo sui social. Ecco. Quella che molti no vax come Marco De Veglia rivendicano non è altro che la libertà di morire. Di accogliere a braccia aperte il virus. Di fronteggiarlo a mani nude. Senz’armi. 

Folli temerari della prima ora che continuano a negare l’evidenza, che con un semplice tratto di penna hanno eliminato il Covid dalla lista delle loro preoccupazioni. Cancellando la paura per il virus, hanno cancellato il virus stesso. Perché non si può aver paura di qualcosa che non esiste. Uomini e donne costretti a masticare rabbia di fronte a un mondo che, stando ai loro occhi, gira sempre più alla rovescia. Di vaccino in green pass. Facendo di tutto una zuppa indistinta, nazisti, ebrei, dittatura sanitaria. Eppure di fronte a chi rivendica la propria legittima libertà a non vaccinarsi, così come per chi desidera ardentemente farla finita, mi chiedo se queste persone vadano davvero assecondate, in tutto e per tutto, nel loro desiderio di morte. Voi che dite? 

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