Talebani, terre rare ed eroina

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Almeno all’apparenza l’Afghanistan sembra essere una landa di terra brulla e desolata, quasi desertica, abbandonata dalla grazia degli uomini e del Signore. O forse sarebbe più corretto dire di Allah. E invece basta giusto scavare un po’, quel tanto che basta per andare oltre la facciata per capire che dietro alle apparenze c’è ben altro. Dietro al ritorno al potere dei talebani ci sono interessi economici che levati. Non solo le coltivazioni di fiori di papavero da cui si ricavano l’oppio e l’eroina smerciata poi in mezzo mondo. A fare gola a Cina e Russia, i primi ad aprire un dialogo con i talebani, ci sono anche le terre rare.

Sì, perché il vero tesoro afghano è nel sottosuolo. Sono i metalli preziosi di cui l’Afghanistan abbonda. Rame, ferro, terre rare. Materie prime indispensabili per la produzione di batterie elettriche e di tutta la componentistica dei nostri dispositivi digitali. Dai computer agli smartphone. Le strategie geopolitiche che riguardano l’Afghanistan non possono essere disgiunte da alcuni dati che già dicono tutto: 60 milioni di tonnellate di rame, 2,2 milioni di tonnellate di minerale di ferro, 1,4 milioni di tonnellate di terre rare oltre a oro, argento, zinco, litio e mercurio. 

Quindi cosa volere di più? Semplice. Un regime senza scrupoli che controlli capillarmente il territorio, lo faccia seminando paura e violenza garantendo così che tali ricchezze finiscano nelle giuste mani. Di certo non in quelle del popolo afghano. Ecco perché il ritorno dei talebani in fondo era già scritto nelle destino delle cose. Chi meglio di loro, i narcos dell’eroina, sanno fare affari e far girare l’economia mondiale? Del resto ad affermarlo c’è chi, come Roberto Saviano, un pochino se ne intende.

“Non ha vinto l’islamismo – scrive l’autore di Gomorra sul Corriere della Sera – in queste ore, dopo oltre vent’anni di guerra. Ha vinto l’eroina. Errore è chiamarli miliziani islamisti: i talebani sono narcotrafficanti. Se si leggono i report dell’Unodc, l’ufficio droghe e crimine dell’Onu da almeno vent’anni, troverete sempre lo stesso dato: oltre il 90% dell’eroina mondiale è prodotta in Afghanistan. Questo significa che i talebani, insieme ai narcos sudamericani, sono i narcotrafficanti più potenti del mondo.” 

Del resto quella combattuta in Afghanistan è stata proprio una guerra dell’oppio. Ciò che dobbiamo temere, ben più delle scuole coraniche, dell’obbligo del burqa e prima delle spose bambine sono i legami che i talebani hanno stretto con le mafie del mondo. Da Mumbai a Gioia Tauro. C’è d’aspettarsi che fiumi d’eroina inonderanno presto l’Occidente. Camorra, Ndrangheta e Cosa Nostra al di qua e al di là dell’Oceano, fanno affari e si riforniscono proprio dai talebani che si finanziano per più della metà del loro budget con la droga. 

Ma attenzione perché i narcos afghani non vendono mica solo ai cartelli. Senz’oppio non si producono neppure i farmaci analgesici. Senz’oppio, niente morfina né codeina. E la cifra d’affari schizza alle stelle se accanto ai soldi fatti con il buon vecchio papavero ci aggiungiamo quelli che arriveranno per ciò che si cela sottoterra. Così, quella persa dagli americani e dall’Occidente, non è mica una guerra di civiltà né tantomeno di religione, ma soltanto l’ennesima guerra economica, dove gli sciacalli più feroci e spietati si fanno trovare pronti per spolpare la ghiotta preda di turno. 

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