Un miliardo di elemosina per la Namibia

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“La regione è aspra e ostile, ma all’alba e al crepuscolo, quando le rocce di basalto si colorano di ruggine e le montagne lontane di blu e viola, sa essere anche mozzafiato” . Con queste parole, l’ambientalista sudafricano Gareth Owen-Smith, descrisse il Kaokoveld, regione settentrionale del Namibia. Questa nazione confinante con il Sudafrica non è tra le prime che balzano alla mente quando si parla del Continente nero, ma per molti versi ne è esemplare. Di africano ha proprio tutto: paesaggi incontaminati, usi e costumi caratteristici, natura selvaggia e una storia violenta e brutale con il colonialismo europeo. 

Il Namibia ha passato gran parte della sua storia coloniale – dal 1919 al 1990 – sotto il controllo del Sudafrica dell’apartheid. Ma a tornare alla ribalta è il periodo precedente: durante la spartizione dell’Africa, in cui le potenze coloniali europee si sedettero a un tavolo armate di mappa e matita per rovinare il futuro del continente, si concluse che la regione sarebbe spettata all’Impero tedesco. E così fu, dal 1884 fino al 1919 – anno in cui gli eserciti del Kaiser vennero costretti alla resa e la Germania perse quindi tutte le sue colonie. 

“il mio cuore diventa pesante, quando sono costretto a camminare sui resti dei miei antenati” 

racconta un uomo di nome Uahimisa Kaapehi intervistato dalla BBC per l’occasione. 

Uahimisa è un reduce del popolo Ovaherero, che venne quasi spazzato via insieme al popolo Nama dallo spietato regime coloniale tedesco. l’80% (60’000 persone circa) degli Ovaherero e il 50% (10’000 persone circa) dei Nama persero la vita a causa di una serie di politiche che gli storici moderni chiamano “il primo genocidio del 20esimo secolo” o, in modo più drammatico, “lo sterminio del Kaiser”.

Le modalità sono tristemente simili alle stesse che si vedranno nei campi di concentramento per boeri retti dai britannici e alcune decadi dopo nella dittatura totalitaria e antisemita della Germania di Hitler: Ricollocamenti forzati, furto di terre e bestiame, e morte per lavoro. Questo 28 maggio la Germania ha per la prima volta riconosciuto i propri crimini, offrendo circa un miliardo di euro in investimenti e progetti per lo sviluppo al paese, ma secondo molte voci coinvolte, questo non è sufficiente. 

Questa relativamente esigua somma di denaro andrebbe pagata nel corso dei prossimi trent’anni, prendendo la forma di progetti per lo sviluppo infrastrutturale che, a detta degli avvocati della causa Namibiense, non arrivano nemmeno a coprire il valore di risorse e lavoro estratte alla nazione in decadi di colonialismo. 

Uhaimisa ha chiamato questa soluzione “lo scherzo del secolo”. 

“Se tutto ciò che la Germania può offrire sono soldi, vogliamo trilioni di dollari. Nessuna somma potrà curare le nostre ferite. Vogliamo quello che ci spetta, la nostra terra.”

Uhaimisa solleva una problematica che spesso sfugge alle menti degli ex-colonizzatori, quella del neocolonialismo. Qua nel vecchio continente sembra sempre che le cose si possano risolvere così: diamo qualche miliardo di elemosina, chiediamo scusa, e amici come prima. Quello che non viene considerato è la condizione in cui versano le popolazioni vittime di tali angherie. Ancora oggi, molti attivisti tentano di lanciare l’allarme sulle spaventose disuguaglianze economiche su base razziale. La minoranza tedesca ancora esistente in Namibia, circa 30’000 persone, è disgustosamente ricca mentre la popolazione nera vive nella realtà tipica di un paese in via di sviluppo – o come direbbe Michael Parenti*, “sovrasfruttato, non sottosviluppato”.

I tedeschi di Namibia possiedono ancora larghe fette del territorio, costringendo le popolazioni indigene a lavorare in condizioni pessime nel migliore dei casi – o a vivere in campi profughi ritagliati tra i possedimenti tedeschi nel peggiore. 

Queste problematiche sono lampanti in Namibia, ma si verificano in pressoché ogni nazione africana. Kaapehi parla di “decoloniazzazione completata a metà”, un modo sintetico per dire che sono cambiate le ottiche, ma non la sostanza. Come disse Malcolm X:

 “non puoi infilzare un coltello per 15 centimetri nella schiena di qualcuno per poi tirarlo fuori di 5 centimetri e dire che si stanno facendo progressi”.

*Saggista storico e politologo statunitense. Esperto di democrazia e totalitarismi, ha realizzato studi particolari sul “razzismo dell’ovest”, e le sue origini storiche più antiche, sul rapporto democrazia-capitalismo e sul ruolo dei media negli Stati Uniti.

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