Una corona di fiori per Borradori

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L’altro giorno al Quotidiano, si è parlato della tradizionale traversata del lago a Lugano. In 400 atleti e amatori si sono cimentati nell’affrontare le acque profonde del Ceresio. Ad aprire la nuotata, una corona di fiori in memoria di Borradori, cosa che ho trovato triste.

Una tristezza che non si confà ad una kermesse gioiosa ed estiva come la nuotata da Caprino al lido di Lugano. Ma la cosa che mi lascia più ingrigito non è tanto il tributo a Borradori, ma l’enorme differenza di considerazione tra due morti, la sua, e quella del giovane indiano affogato alla foce.

So che a molti apparirà la solita retorica perbenista: una cosa non nega ovviamente l’altra. 

Eppure, il silenzio con cui quest’uomo è affondato nel nostro lago, insieme ad altri due solo quest’estate, è in qualche modo angoscioso.

Per loro nemmeno un mazzolino di fiori. Bella forza, direte voi, quello non lo conosceva nessuno, non era mica come Borradori, che aveva stretto la mano -almeno una volta- di tutti i luganesi. Vero. 

Eppure, il cordoglio prolungato per il leader scomparso ormai da una settimana, stride con la totale mancanza di empatia con gli stranieri sprofondati nel blu del fiordo luganese.

Morti dozzinali, un tanto al chilo. Non solo stranieri, ma pure stranieri da lontano, due eritrei e un indiano. Scuri e densi, che affondano facile, lo sanno tutti.(leggi qui sotto)

Affondano in quel cimitero a cielo aperto, nascosto dolcemente tra le foglie lanceolate dei salici, l’azzurro doloroso del cielo che fa quasi male agli occhi, e il verde cupo e sordo delle foreste sui pendii della sponda di Caprino, quella da cui è partita l’allegra nuotata, quella sì, fatta da gente che sa nuotare.

Al Quotidiano ho visto galleggiare quei fiori gettati in acqua per Borradori. Ironia della sorte, la corona si ribaltata e i fiori, invece di rivolgersi al cielo, guardavano giù, in basso, in quel mondo verde e azzurro ombroso, quasi a cercare coloro per cui dovrebbero essere stati calati in acqua. Un rito che ricorda religioni orientali, induiste o scintoiste, dove fiori colorati si abbandonano alle acque per propiziare gli Dei.

Quella corona, forse ad alcuni di noi piace pensarlo, abbraccia anche gli annegati stranieri, quelli che qui non hanno nessuno, quelli fuggiti dal dolore per trovare l’oblio delle acque in un posto bellissimo a migliaia di chilometri da casa loro. Questi uomini riposano assieme a tutti gli altri, che sono stati rapiti dalle ninfe del lago dei ciliegi, chi per dabbenaggine, chi per leggerezza, chi per un malore e chi per mal di vivere. Per tutti costoro, forse sarebbe giusto posare sull’acqua una corona di fiori colorata, a ricordo. Sarebbe bello farlo a ogni nuotata ceresiana, che ormai si svolge da 90 anni.

Un clima di “allegria e sportività”, come ci racconta la brava Laura Pozzi al Quotidiano, un clima che proprio perché felice, potrebbe regalare qualche minuto di serenità a quelli che guardano dal fondo del lago, persi per sempre nelle dimenticanze di una società che incensa da sempre gli uomini di lustro e invece dimentica spesso, in poco tempo, quelli che non hanno l’onore delle telecamere o un posto di prestigio nella nostra frenetica e anonima società.

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