Woodstock: tre giorni di pace e musica

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Era il 15 agosto del 1969. In una cittadina a nord di New York nasce il mito, da tanti perbenisti screditato con uno sbuffo, della cultura hippy, esondante come un’onda di mille colori e vogliosa di individuare coesione e  compiutezza attraverso la musica. Era il festival di Woodstock.

Un attraente impasto di ragazzi e ragazze, trasformati in un vibrante e ondeggiante campo di spighe di grano rock dal fatidico inno di Jimi Hendrix  “Star splanged banner” e dalla poetica stregata dello sciamanico Jim Morrison.

Il manifesto di quella storica tre giorni di “sesso, droga e rock”  coinvolse una pacifica fiumana di giovani arginati da esagerate misure di sicurezza, impegnate a dirottare il popolo della musica dalla quiete di una convenzionale località borghese verso spazi più liberi, distanti una cinquantina di miglia, verso gli sconfinati terreni agricoli di White Lake presso Bethel.  

Come nelle migrazioni bibliche, palpitanti e inarginabili, i sessantamila partecipanti previsti crebbero a dismisura e mentre i Jefferson Airplanes suonavano su un palco che stentava a sorreggere deflagrazioni di energia anomala divennero, miracolosamente, quattrocentomila individui.

Le autorità locali osservavano con terrore le orde degli invasori e soppesavano la pericolosità di Joe Cocker che si trasformava da gasista in popstar mischiandosi a quei matti dei Beatles sguazzanti nel brano “With a little help from my friends”.

La tensione cresceva con progressione geometrica e la meta calamitava intere stravaganti famiglie hippies, coaguli di una umanità così variegata e strampalata da ispirare un visionario pittore. Le strade di accesso si erano tramutate in un groviglio inestricabile  di furgoni dei gruppi musicali, di tende e di giacigli posizionati dove capitava, di mezzi di trasporto così fantasiosi e improbabili da potersi considerare palline di un flipper fiorato e impazzito, di ombrelli enormi pronti a dischiudersi come rivoluzionari girasoli quando si aprivano le plumbee nubi sparando cannonante di acquazzoni.

E la tre giorni di Woodstock si dipanava bel oltre le promesse della vigilia, i guasti elettrici si alternavano a piratesche riparazioni, il fango cresceva come lievito diventando poltiglia sotto quelle strambe calzature di corda e di lacci, mentre la straordinaria voce di Janis Joplin placava il pianto dei lattanti attaccati ai liberi seni delle mamme che celebravano le speranze comuni di una generazione.

Tutto era armonica confusione e frenetica condivisione, dentro un moto popolare che era divertimento e sovvertimento. Still, Nash & Young celebravano il loro primo concerto nella gaudiosa sommossa di braccia levate al cielo, nella stupefacente sedizione di capigliature ribelli addomesticate dalla fantasia incontenibile di lacci inzuppati nell’arcobaleno.

Quella spericolata adunata e quello spavaldo congresso di idee nuove e assemblate al momento vennero ripresi da una miriade di telecamere amatoriali. Tutto quel materiale confluì nel 1970 in un film, premio Oscar nel 1971 per il miglior documentario.

E se ritenete che la ” 3 Days of Peace & Music” non resta un evento epocale provate ad accennarlo a Woodstock dei Peanuts, l’uccellino giallo disegnato da Schulz, amicone di Snoopy che scappa  regolarmente davanti ai lombrichi e che dimora in un nido su un ospitale ramoscello .

Nelle migliori delle ipotesi, potrebbe scortesemente rispondervi con uno sgarbato “Puah”. 

In salsa rock, ovviamente.

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