35 anni con Dylan Dog

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Cavoli, ricordo perfettamente quel 26 settembre 1986, quando il mio edicolante di fiducia, euforico come uno scoiattolo in un container di nocciole, mi comunicò la nascita di un nuovo fumetto che sarebbe diventato un sacro cult: Dylan Dog.

Edito dalla medagliata Sergio Bonelli Editore, per la penna di Tiziano Sclavi, già felicemente e precedentemente incrociato sul Corriere dei Piccoli dove promuoveva scorribande umoristiche con John John va nel West.

Il primo numero sfoggiava un titolo di tutto rispetto, dentro un alone di circospezione e di inquietudine che foraggiavano una curiosità irrefrenabile : “L’Alba dei Morti Viventi” che dava la stura a una interminabile e coinvolgente serie di storie dove la strizza e il mistero parevano impastarsi armoniosamente con certi racconti di Edgar Allan Poe, invischiandoti in un mondo inquietante dove il batticuore si impennava nello sgomento di una narrazione fortemente tortuosa.

Il fascino allarmante di Dylan Dog deriva da un costante filo conduttore, dove l’interruttore che  spegne e riaccende i chiaroscuri di fibrillate trame decreta il riconoscimento della finitezza della natura umana.  Molte vicende si ritraducono in una sorta di parabola morale  dove scatta l’esigenza di schierarsi, con empatica passione, a favore degli oppressi e dei perdenti seriali il più delle volte schiacciati dal tallone del loro passato.

Tiziano Sclavi, piuttosto schivo nel farsi vedere in pubblico, si converte in fumettista quando invece gli vengono richieste interviste e fa specie la sua conversione a una eccezione “letteraria”, perfezionata parecchi anni fa, che consentì la divulgazione di una larga e intrecciata chiacchierata con Umberto Eco, suo fedele e analitico lettore. 

In quell’incontro , dove le intime confessioni sostituirono la potenza delle didascalie e delle immagini, il papà di Dog confidò  di aver creato certe pagine in una condizione di trance creativa e ipnotica, in un trasporto di reale commozione trascinata dalla sorte di certi suoi personaggi 

“Piangevo e avevo le lacrime che mi cadevano sul computer e dicevo ‘ No, non morire! Non morire!’, anche se poi ero io che lo facevo morire”.

Ma per alleggerire questo brevissimo viaggio sulla autostrada infinita di Dylan , vorrei soffermarmi un attimo sulla giocosità e sull’intelligentissima ironia delle battute – a volte epiche – del compagno Groucho che sfarfalla uno sbaragliante e spiazzante distacco pepato, quasi fosse il predestinato di un’ossessione mentale che diventa uno tsunami nella depravazione umoristica.

Che poi l’indagatore dell’incubo riscuota immancabilmente, episodio dopo episodio, uno smodato successo con ragazze ineluttabilmente sensuali e bellissime, mi ha spesso indotto a un antipatico e invidioso rosicchiamento di unghie, in perenne decrescita davanti al divampare dell’eros che placa le tribolazioni etiche di un eroe che danza spesso con la morte , sfuggendole in tattiche ritirate che si consumano su uno uno scompigliato letto dove alcuni critici hanno individuato le connotazioni dell’amore e dell’ardore scanditi  “In un raccoglimento profondo, religioso, un rifugio grazie al quale riesce a sottrarsi quasi del tutto alle parole, al destino, al tempo.” 

Non ho però ancora trovato, circa questo tipo di interpretazioni,  annotazioni a margine di Groucho, forse più orientato sulla classificazione più prosaica di un certo beato dongiovannismo.

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