Animali esotici e l’abuso social

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Condividere foto e filmati di animali sui social sembra un’operazione innocua. I gatti, meglio ancora se ini, sono da decenni protagonisti indiscussi del web. Campioni di click semplicemente grazie al fatto di essere gatti. Cioè degli egoisti fancazzisti dal pelo morbido e con quell’irresistibile musetto. Eppure la smania del selfie con il cucciolo di turno, ancora meglio se di tigre o di chissà quale altro animale esotico, contribuisce allo sfruttamento di queste povere bestie costrette a vivere in cattività, in condizioni drammatiche.

È questa l’altra faccia della medaglia della passione per il mondo animale che corre veloce in rete. Dietro a carezze, sorrisi a trentadue denti e tanta adrenalina, in molti, troppi casi c’è lo sfruttamento e il traffico di animali che non morivano certo dalla voglia di apparire in meme, post o filmati acchiappaclick. Anzi. Così, proprio a causa di questa tendenza, in diverse regioni del mondo, proprietari di zoo clandestini mettono a disposizione senza farsi nessuno scrupolo decine di migliaia di animali a turisti che non vedono l’ora di portarsi a casa lo scatto da sfoggiare come trofeo sui social. 

Se un tempo era la testa del leone a fare la sua triste figura sul caminetto nel salone dei trofei di caccia, oggi l’animale non viene più imbalsamato. Resta in vita, certo, ma in una gabbia, subendo le peggiori torture immaginabili, se pensiamo a chi è nato per essere e vivere libero nella natura selvaggia e non certo al servizio dell’ego malato di una specie sull’orlo dell’autodistruzione. Ovviamente, come per chi possiede una Ferrari, anche qui, più l’animale è raro e magari pure in via di estinzione, più il poterlo esibire sul proprio profilo social è diventato motivo di vanto e il motore di una gara malata, di una specie di rincorsa fra chi s’accaparra l’unicorno di turno.

Elefanti, leoni, serpenti, tigri. Tra gli esempi che meglio di altri ci restituiscono il problema c’è il caso dell’influencer pakistana Susan Khan che, in occasione della sua festa di compleanno, non si è fatta mancare una tigre. Per la gioia, l’ammirazione, ma soprattutto l’invidia dei suoi 55mila follower su Instagram. Una festa con tanto di filmati in cui la ragazza accarezza il felino incatenato. Una moda che in Pakinstan, dove le tigri non si trovano in natura, ha visto un fiorire di gabbie ai bordi delle strade così da permette un po’ a tutti, per pochi spiccioli, di scattarsi una bella foto ricordo da condividere in rete. 

Perché nel mare magnum di internet, se non appari, probabilmente non esisti. Con mode che vanno e vengono seguendo le tendenze del momento, facendo sì che alcune specie si ritrovino improvvisamente sotto i riflettori, dovendo fare i conti con questo loro successo improvviso. È accaduto con i pulcini di papera in Irlanda e negli Stati Uniti dopo che su TikTok un video con protagonista una paperella era diventato virale. In Giappone, ad essere presa di mira, è stata la lontra. Al punto che il commercio illecito della lontra asiatica, dopo il boom ottenuto online è letteralmente esploso. Ma di esempi di questo tipo ce ne sono a bizzeffe un po’ ovunque. 

Tutte prove che ci dimostrano come lo sfruttamento degli animali nell’era digitale sia un fenomeno fin qui sottovalutato. Senza contare come le immagini della fauna selvatica in pose e ambienti simili a quelli umani finiscano per distorcere la nostra percezione del loro vivere in natura. Un animale che diventa di tendenza sui social rischia di compromettere il benessere di tutta la sua specie.Ecco perché considerare le condizioni di vita degli animali rappresentati prima di aggiungere un like o condividere contenuti sulla fauna selvatica è il primo passo per arginare questo tipo di abuso online e le sue ripercussioni anche nel mondo reale.

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