Cipputi, metalmeccanico e comunista

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L’operaio Cipputi, figlio di Francesco Tullio Altan, vignettista di razza e autore satirico illuminato, nasce in una notte del 1976, e già le sue prime considerazioni filosofiche da filiera lasciano intuire che questo personaggio da fumetto fuori categoria incarnerà le sanguigne tematiche politiche e sociologiche espresse su precisa delega del suo padre creativo. 

Metalmeccanico e comunista, il Cipputi fece il suo esordio alla Maradona sulle pagine del memorabile supplemento di Linus e con quegli occhiali spessi come sederi di bottiglia catturò immediatamente il mio consenso che rasentava la venerazione venerarlo. Prima del sonno, attraverso un poster che stava inevitabilmente appeso alla parete sinistra del mio letto, scrutavo il lavoratore che per antonomasia rappresentava l’ingranaggio-tipo dell’industria che lo fagocitava.

Il manifesto fissato con quattro puntine da disegno esaltava il massiccio esponente del “realismo pessimista”, simbolo del proletariato veterocomunista, con la sua tuta blu e il suo sguardo caustico, reso ancor più fulminato dal fatto che un ombrello stava infilato come uno spiedone fra le sue chiappe, a certificare quel padronato che si poteva combattere soprattutto con battute di altissima qualità, a volte così corrosive da arrivare, al suo nemico principale, l’avvocato Agnelli, emblema dell’impero capitalista.

Ancor prima di conquistare una identità precisa e quasi mitica, l’operaio Cipputi si chiamerà Capponi e Casputo, sino a ficcare il suo nasone a trivella nel florido terreno della satira politica italiana. Cipputi attraversa la storia di quasi mezzo secolo con quel nome che suona secco e quasi minaccioso, per poi ingigantirsi ulteriormente in certi esilaranti ma sempre costruttivi duetti con uno dei suoi tanti soci, davanti a un quartino che si svuota su un tavolo di osteria.

” Bisogna che lo capiamo: un pò di licenziamenti oggi possono voler dire investimenti, ovvero più occupazione in futuro” 

“Ma s , Guinis. Abbiamo tutta la vita davanti a noi, no?”

Certo, la vita davanti e l’ombrello di dietro, commenterà, in una delle tante interviste, il suo “incosciente” creatore, inventore fra l’altro del personaggio della Pimpa, la cagnetta a pois rossi, che non si stanca di correre a tutta birra nel suo mondo meraviglioso, (tanto diverso dal marasma di una fabbrica), dove le sedie parlano e le barche navigano all’incontrario, ipnotizzando intere generazioni di bambini.

E mentre nella mente di Altan vola basso un un amletico:

“Mi chiedo chi sia il mandante di tutte le cazzate che faccio” 

Il Cipputi rivendica immancabilmente per sé l’ultima saggissima considerazione, che suona come lo schiocco di una frusta.

“Si minaccia lo sciopero generale”

“Okei, Stavazzi. Facciamogli un po’ vedere chi eravamo”.

Tanta autoironia, un pruriginoso senso di autolesionismo, una sapiente e pragmatica presa di coscienza di come vanno purtroppo spesso le cose, senza cadere nella depressione, sfiorando le illusioni e tenendo comunque caldi i motori di un cinismo che esorcizza la rassegnazione.

E se prevale una componente di amarezza, l’odore della sconfitta non cancella mai la dignità.

Troppo simpatico il “Cippu” per lasciarlo solo, soprattutto quando la sua consapevolezza si espande come lievito in una torta: 

“Se rivolge lo sguardo alle proprie spalle vede la fregatura che ha preso, se guarda in avanti vede le fregature che prenderà”.

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