Dopo 55 anni torna a casa

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Gli spazi siderali ci affascinano. A contrapporsi al gelo dello spazio, ci sono le stelle fulgide e l’avventura dell’esplorazione spaziale. Non siamo ancora in un’epoca da Star Trek, ma sognare è gratis.

Le recenti vampate tra privato e pubblico e il rinnovato interesse per l’esplorazione del cosmo e dei pianeti che ci circondano, rendono attuale un tema che nei decenni passati era rimasto in criostasi.

Che ci sia del romanticismo negli abissi profondi e in galassie che ruotano come girandole colorate, è un dato di fatto. Siamo umani, piangiamo, ridiamo e abbiamo fatto della nostra emotività, a volte, un punto di forza. 

Ecco perché ci sentimmo soli e sperduti anche noi, quando una sonda come Voyager, nel 2018, superò l’ultima invalicata barriera del sistema solare. (leggi qui sotto)

Così come ci eravamo commossi per quel pezzo di metallo che vagava nel freddo spazio per narrare l’epopea umana, ci siamo eccitati quando Voyager, già lontana e oltre Plutone, ci mandò un segnale di vita, rispondendo a un impulso proveniente dalla Terra. Scrivevo allora:

“Ma come Argo, il cane di Ulisse, il grande viaggiatore, Voyager ha risposto a un impulso terrestre. Insomma, ha detto “io sono ancora qui”. Ha scodinzolato ancora una volta, fedele al suo padrone, grazie a un’antenna situata in Australia. Lanciata nel 1977, veleggia tra polveri siderali da 43 anni e la distanza tra di noi è tale che l’impulso ci ha messo 17 ore per andare e altrettante per ritornare.” (leggi qui sotto)

43 anni sono tanti. Ma oggi, a far battere il cuore ad astronomi ed esperti è un oggetto, che si era lentamente avvicinato alla terra. Era troppo lento per essere un asteroide, e aveva un’orbita diversa dai sassi spaziali che spesso accompagnano il nostro pianeta.

L’oggetto era stato osservato per la prima volta nel settembre dell’anno scorso, viaggiava a 3’000 km orari, molto più lento di un qualsiasi asteroide, che spesso raggiungono velocità di decine di migliaia di chilometri l’ora. Il viaggiatore spaziale percorreva un’orbita molto simile a quella della Terra. Dunque il vagabondo era un oggetto artificiale, lanciato dalla nostro pianeta: ma quale oggetto, e quando? 

Il vagabondo ha ora un nome: dopo ricerche, si è scoperto che si tratta del vettore di una sonda lanciata nel 1966, e schiantatasi sulla superficie lunare. Un razzo Atlas centaur del progetto Surveyor 2, che ha proseguito la sua corsa per 55 anni, tornando a casa come un cane fedele.

Come per Voyager, non riesco a non commuovermi, pensando non solo a quel pezzo freddo di metallo, ma agli uomini e alle donne che hanno fatto sì che potesse partire, che hanno trepidato per lui e la sua compagna e che ora, saranno quasi tutti polvere di stelle. 

55 anni sono tanti. Nel ’66 si era in piena guerra del Vietnam; terminava il progetto gemini della NASA mentre l’URRS, nell’eterna guerra spaziale con l’aquila americana, faceva atterrare con successo sulla luna il primo veicolo automatizzato.

Per ironia, di strada nello spazio da allora non ne abbiamo fatta molta, ma la nostra nuova frontiera, Marte, è sempre più vicina. La deriva del razzo Atlas, che lo ha portato in un’orbita sconosciuta, ha fatto si che gli uomini se ne dimenticassero. Lui è tornato, ammaccato, infreddolito, con chissà quali storie da raccontare. Ha fatto un paio di giri intorno al suo pianeta natale, come il cane che fa le feste al padrone, ed è ripartito spinto dal vento solare che ce lo aveva riportato.

Noi possiamo metaforicamente arruffargli i peli della testa e dirgli: “Ciao Atlas, e grazie per averci fatto ancora sognare per un po’”.

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