Erdogan: declino in agguato?

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Da sempre la megalomania architettonica è il biglietto da visita dei poteri autoritari, quello guidato da Recep Teyyip Erdogan non fa eccezione. I suoi progetti faraonici, anche se a rilento, si stanno realizzando. 

Le opere ciclopiche, che continuano a deturpare e sfigurare città come Istanbul e Ankara, non sono che la manifestazione della volontà di affermarsi tra le grandi nazioni, un desiderio esagerato di grandezza e di sbalordire il mondo mentre insegue il sogno ambizioso di rifondare il nuovo Impero ottomano.

Il suo obbiettivo, pubblicamente dichiarato, è quello di dar vita ad uno Stato ultra moderno, in competizione con le grandi economie mondiali e capace di attirare investimenti esteri.

Nel nome dell’ideologia neo ottomana e della modernizzazione del Paese, chiamati da egli stesso “i miei folli progetti”, troviamo il nuovo aeroporto di Istanbul, quello che doveva essere completato nel 2018 e rappresentava il fior all’occhiello del sultano turco. I lavori, a causa della crisi economica, sono diventati il suo peggiore incubo; un investimento di 29 miliardi di euro per 77 milioni di metri quadrati, non ancora operativo al 100%.

Anche la costruzione del “Kanal Istanbul” rientra nei suoi folli progetti. Il canale, lungo 43 chilometri e largo 400 metri con 25 metri di profondità, dovrà collegare il mar Nero al mar di Marmara, al costo di 10 miliardi di euro; l’opera è in fase di realizzazione e dovrebbe essere terminata entro il 2023, per il centenario della Repubblica turca.

Tra le grandi imprese portate a termine rientra lo stadio ipermoderno Besiktas Arena, inaugurato nel 2016, con una capienza di 41mila persone, costato 110 milioni di euro.

Il business dell’edilizia, i mega appalti e le spese folli continuano con progetti come il terzo ponte sul Bosforo, il tunnel sottomarino, palazzi presidenziali e una gigantesca moschea nella piazza della sinistra, piazza Taksim a Istanbul.

Il Paese sta attraversando una terribile crisi economica ma il governo turco, sull’ordine dell’aspirante califfo Erdogan, avvia i lavori per un gigantesco complesso militare chiamato pomposamente “Pentagono turco”. Ospiterà 15 mila membri del personale dell’esercito e del ministero della Difesa.

Per la posa della prima pietra è stato scelto non a caso il 30 agosto, festa nazionale in cui si celebra la vittoria nella battaglia di Dumlupinar, tra le truppe turche comandate da Mustafa Kemal e le truppe greche. Questa vittoria ha un valore simbolico per tutto il Paese e viene usato come occasione di propaganda per rafforzare l’identità e il sentimento patriottico.

Alla cerimonia il megalomane padrone della Turchia sottolinea che: “La struttura, a forma di mezza luna, servirà a incutere paura ai nostri nemici e al tempo stesso fiducia ai nostri amici”. Il complesso sarà costruito su una superficie di circa 13 chilometri quadrati e verrà inaugurato entro il mese di maggio 2023, anno in cui si svolgeranno le elezioni presidenziali.

Ormai Erdogan si vede nei panni di Soleimano, detto il magnifico, sultano dell’Impero ottomano. Il suo discorso offre ai turchi un sogno di potenza, mentre tace e nasconde i problemi del Paese.

L’imponente struttura è solo ultima iniziativa per dimostrare la forza e la potenza militare del Paese in ottica propagandistica e per aumentare la propria popolarità in vista delle elezioni del 2023.

Da diversi anni Ankara produce armi e attrezzature belliche, ha sviluppato i famigerati droni Akinci, progetta e costruisce navi da guerra in proprio.

Erdogan spera nel rimbalzo dell’economia mentre il Paese deve affrontare una inflazione del 17.5% e la lira è in calo del 14%. I disastri ambientali e le molteplici violazioni dei diritti umani portano un calo costante di consensi.

La deriva autoritaria (contro tutto e tutti, dentro e fuori del Paese) sarà la causa del lento declino di un leader che lotterà  fino alla fine per invertire una decadenza che si preannuncia inesorabile. A quel punto l’Europa non dovrà semplicemente stare a guardare, ma tenersi pronta ad agire per evitare di perdere questo Paese per altri 20 anni.

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