Il pugile che correva per i corridoi

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Michele Broili è triestino, figlio di quella terra a cavallo tra l’Impero austriaco dell’800 e le zone slave balcaniche. Una terra di grande miscuglio culturale e religioso, una città che ha ospitato la cultura latina, quella germanica e quella slava.

Michele Broili è un pugile, recentemente diventato famoso, almeno in Italia, non tanto per la sua abilità agonistica, ma per i tatuaggi filonazisti che ha dipinto sul corpo. Ironia della sorte, il piccolo Broili, ha combattuto per il titolo italiano dei superleggeri contro l’Italo marocchino Hassan Nourdine, che lo ha battuto ai punti.

“Ho trovato oscene quelle scritte. Pensavo di aver visto male, non volevo crederci”

Ha dichiarato Hassan ai media. Broili ora rischia la squalificazione, visto che la Federazione italiana di boxe, impone ai suoi tesserati di astenersi da qualsiasi comportamento discriminatorio.

“La federazione condanna e stigmatizza con forza e perentoriamente il comportamento del proprio tesserato. Per tali ragioni, la Fpi si riserva di sottoporre agli organi di giustizia federale tale comportamento”.

I tatuaggi? 88, il numero amato dai nazisti perché l’8 è la lettera H e dunque 88 si trasforma in HH, ovvero Heil Hitler. Bandiere delle SS con i caratteri runici del corpo speciale hitleriano, messaggi che invocano il fronte veneto skinheads.

Tutto facile e lampante, anche per me. Un filonazista, che viene battuto da un nordafricano e che viene messo all’angolo dalla sua federazione. Tutto logico e c’è pure il lieto fine. 

Oppure no. Perché mi è rimasto impresso un messaggio, scritto sotto al post facebook dei fatti, descritti dal giornalista di Fanpage Saverio Tommasi. Tommasi, come me, è un fervente antifascista, ma è anche una persona umana e colma di comprensione. Chiaramente, questi eventi fanno arrabbiare e discutere e anche Tommasi non è tenero col filonazista Broili. Ma leggiamo uno dei post conseguente a quello di Tommasi, che ha aperto una crepa nelle certezze, non solo mie, ma di migliaia di persone. Sono le parole di una professoressa, Tiziana Deodato:

“Quando parlo di lui mi viene in mente tanti anni fa, quando lo vedevo bambino nei corridoi della scuola, vispo e sorridente che mi salutava, non ero una sua professoressa, ma lo ricordo bene quello scriccioletto biondo che aveva davanti tutta la vita e adesso mi sanguina il cuore a vederlo così, è terribile…so che molti mi insulteranno per questo commento ma molti non sanno in che contesti vivono certi bambini e poi ragazzi che diventano preda di gruppi di estrema destra…non lo voglio giustificare, detesto quei simboli, ma da professoressa che se lo ricorda da bambino, provo una grande pena per quel bimbo che in altri contesti avrebbe fatto scelte diverse…”

No, non hanno insultato in molti la signora Deodato, forse però molti, come me, hanno pensato e cercato di rammentare che non si nasce pieni di livore e rabbia, che spesso chi cede alle sirene dell’estrema destra è solo disperato per motivi suoi, ha dei buchi nell’anima che solo ideologie distorte e avvolgenti riescono in qualche modo a placare. 

Questo giustifica Broili? No, ma ci permette di capire che se vogliamo combattere queste idee malate, dobbiamo partire da quegli scriccioli che scorrazzano nei corridoi delle scuole, quando ancora il sorriso aleggia sui loro faccini.

Perché la rabbia, la solitudine, l’abbandono, incamerati negli anni dell’infanzia, poi esplodono durante al giovinezza, si calcificano e creano scogliere di odio e razzismo.

Hassan ha vinto, e questo è un bene. Michele ha perso, ma con lui abbiamo perso un po’ tutti noi. Perché quando pensiamo all’istruzione, a trasmettere dei valori, a seguire dei ragazzi con amore e dedizione forse a volte siamo un po’ assenti.

Lo stato deve aiutare, lo dobbiamo fare noi come individui. Perché la signora Deodato soffre pensando a quel bambino, e di sicuro si chiede se averlo come allievo avrebbe fatto la differenza. Noi non lo sappiamo, quello che sappiamo è che ogni sforzo per dare una mano ai nostri ragazzi non è mai fatica sprecata. I semi piantati nell’infanzia a volte avvizziscono a volte però, anche se tardivamente, germogliano e sbocciano in meravigliosi fiori.

È buonismo? No, solo buon senso. Il buon senso di chi si rende conto che i più vulnerabili e influenzabili vanno protetti, sorretti e capiti. 

Forse se qualcuno avesse amato di più Michele, le cose sarebbero andate diversamente. Michele che oggi è sconfitto e rischia la squalifica, dopo anni di allenamenti e sacrifici. Certo vedere la bandiera delle SS sul suo petto fa istintivamente rizzare i peli, ma dovremmo avere il coraggio di superare quel tatuaggio per entrare nel petto di Broili e vederne il cuore per provare a guarirlo.

Lui e tutti gli altri pazzi fanatici che hanno perso un pezzo della loro anima senza volerlo .

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