In Cina maschio è bello

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Scordatevi tutte le tendenze politically correct nei confronti delle donne, dimenticate atteggiamenti effemminati o variopinti da parte di adolescenti cinesi. Il partito ha lanciato un’offensiva per “coltivare la mascolinità con un piano per prevenire la femminilizzazione degli adolescenti maschi”

La cosa stupisce fino a un certo punto. Nessuna dittatura, né di sinistra né di destra è mai stata tenera con gli omosessuali. Ma il punto stavolta non è questo. Se c’è una cosa che dobbiamo rendere conto al Governo cinese è di essere dannatamente pragmatico.

Al regime, preoccupano queste derive gender, questa femminilizzazione dei maschi per un motivo ben preciso: il calo demografico. 

Insomma, la Cina non ha tanto bisogno di nerboruti eroi, ma di maschi riproduttori che invertano un trend che da diversi anni ormai, porta la Cina ad essere il paese col maggior numero di anziani al mondo.

Se la politica del figlio unico, in vigore dal 1979 al 2013, quando la Corte suprema Cinese la abolì, era servita a controllare una demografia in folle espansione, oggi questo agire si ritorce contro la stessa Cina. 

34 anni con l’obbligo del figlio unico, hanno di certo limitato la sovrappopolazione del gigante cinse, ma lo hanno anche privato di una generazione intera di giovani.

Inoltre la politica del figlio unico, ha prodotto una selezione sessuale, che vede preferiti i maschi alle femmine. Il risultato è che oggi in Cina i maschi sono 30 milioni in più delle femmine.

La Cina, l’anno scorso, ha visto per la prima volta diminuire la propria popolazione dal 1949. I nuovi nati sono diminuiti del 15%, facendo scendere per la prima volta il numero globale dei cinesi sotto il miliardo e 400’000 persone. Quisquilie direte voi, svizzeri e minuscoli, con una popolazione che manco arriva ai 10 milioni.

Ma se si pensa alle conseguenze a lungo termine, i numeri fanno paura. Perlomeno ai cinesi, che a differenza nostra, non hanno immigrati (vituperati ma necessari) che possano rimpinguare falle demografiche. Oltre alla mancanza di forza lavoro, la Cina comunista si troverà probabilmente di fronte a una svolta epocale che tutte le sinistre del mondo hanno sempre combattuto: l’aumento dell’età pensionabile. Sempre più anziani (e anche più performanti di una volta) imporranno al gigante asiatico di alzare l’età della pensione per poter mantenere il tenore economico e delle esportazioni che stanno anch’esse calando. 

Un gatto che si morde la coda e che vede sempre più in crisi tutti i modelli economici attuali, anche occidentali e democratici, dove per avere un’espansione commerciale è necessario aumentare la demografia. In poche parole, più persone ci sono, più consumano e più lavorano.

Per questo la Cina ha attraversato in pochi anni politiche antitetiche, dal figlio unico ai due figli nel 2016 a incentivi per le famiglia e al superamento dei due figli oggi. Ma il problema è culturale, anche senza l’obbligo, oggi le famiglie si limitano spesso a un figlio solo, nonostante il Politbüro cinese ne permetta attualmente tre.

Certo la Cina, a differenza dei paesi “vecchi” europei, non ha il loro tenore di benessere. Le differenze salariali sono infatti importanti, questo rende difficile garantire un welfare simile a quello di paesi più ricchi.

Bisogna però ammettere che in Cina per i lavoratori è una “pacchia”: gli uomini vanno in pensione a 60 anni, le donne che fanno lavori pesanti addirittura a 50. Un sistema però difficilmente sostenibile a lungo termine senza un’economia gonfiata di steroidi che richiede una continua espansione.

Un brutto momento dunque in Cina per chi ha sposato una nouvelle vague gender free, che filtra soprattutto dalla Corea e che è invisa al partito. Un partito che chiede ormai al maschio cinese di fabbricare figli in catena di montaggio e alle donne di essere fedeli nutrici. Un mondo in grande fase di cambiamento ci attende, un mondo dove dovranno cambiare profondamente i paradigmi sistemici del nostro vivere. Una sfida che non coinvolge solo la Cina, ma tutti noi.

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