La guerra di Greenpeace continua

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Ci vuole senza dubbio un pizzico di follia e d’incoscienza per navigare controcorrente opponendosi alla distruzione del Pianeta, ma è esattamente quello che una dozzina di attivisti cercò di fare nel settembre del 1971 quando partì in nave con destinazione Amchitka, in Alaska, per impedire il test di una bomba atomica. Fu così che nacque Greenpeace. Accadeva mezzo secolo fa. E oggi, a cinquant’anni di distanza, la sfida continua per una fondazione che conta uffici regionali e nazionali in 21 Paesi e può vantare quasi tre milioni di sostenitori che pagano affinché Greenpeace continui a operare in favore dell’ambiente. 

Le azioni messe a segno nel corso di questi primi cinquant’anni d’attività sono state numerose, alcune di queste anche molto spettacolari. Eppure, malgrado l’importante anniversario, la direttrice esecutiva Jennifer Morgan in un comunicato stampa ha fatto presente che “la perdita di biodiversità sta accelerando, la crisi climatica peggiora e cresce l’ineguaglianza. Perciò resta ancora molto da fare. Greenpeace continua a lavorare come movimento globale affinché il sistema cambi e le persone e il pianeta vengano messi davanti a profitto e inquinamento”.

Fedele a questo suo proposito, proprio nei giorni scorsi, Greenpeace ha pubblicato il rapporto “The Climate Emergency Unpacked” sull’impatto della produzione di plastica monouso sulla crisi climatica, uno studio che evidenzia i legami commerciali e le comuni attività di lobby tra le aziende che impiegano imballaggi monouso e l’industria petrolifera. Secondo Greenpeace, alcune multinazionali di beni di consumo non solo non starebbero adottando misure concrete per contrastare l’inquinamento da plastica, ma al contrario ne alimentano la produzione.

Tra multinazionali e industria dei combustibili fossili c’è ormai da diversi decenni una collaborazione, un unione d’intenti per presentare il riciclo come soluzione all’inquinamento da plastica, nonostante l’inefficacia di questa presunta soluzione sia oggi evidente su scala globale. È il caso di alcune multinazionali che fatturano ogni anno miliardi di dollari e che poggiano i loro business sull’impiego di grandi quantità di plastica monouso. In cima alla classifica ci sono i soliti noti: Coca-Cola, Pepsi e Nestlé, da sempre estremamente reticenti nel fornire informazioni relative alla produzione dei loro imballaggi. 

Secondo Greenpeace, andando avanti di questo passo, la produzione di plastica monouso triplicherà entro il 2050 ribadendo come il riciclo non possa essere la soluzione dato che solo la metà del PET venduto in tutto il mondo viene raccolto per essere riciclato, e solo il 7% delle bottiglie raccolte per il riciclo sono trasformate in nuove bottiglie. Una battaglia, quella alla plastica monouso, che è soltanto una delle tante battaglie di una guerra senza quartiere che Greenpeace continua a combattere, da cinquant’anni a questa parte, con la stessa tenacia e passione del primo giorno.

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