Le chiappe della spigolatrice

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Molti si saranno accorti della polemica avvenuta in seguito all’inaugurazione di una statua: la spigolatrice di Sapri. Una contadina che nel 1857, secondo la leggenda, si unì alla fallimentare spedizione di Carlo Pisacane, patriota risorgimentale italiano, volta a innescare un’insurrezione antiborbonica.

Al Pisacane e compagni andò tutto a schifìo. Da qui la poesia di Luigi Mercantini:

“Eran trecento, eran giovani e forti,

e sono morti!

Me ne andava al mattino a spigolare

quando ho visto una barca in mezzo al mare:

era una barca che andava a vapore,

e alzava una bandiera tricolore…”

Che poi non morirono in 300 ma in 27, ma la retorica risorgimentale chiede il suo pedaggio alla verità, che viene fiorita oltre ogni limite. 

Roba da libro cuore per capirci. Ma veniamo al punto. Su una cosa ha ragione lo scultore cilentano Emanuale Stifano, che si dichiara allibito per la polemica: il bozzetto era stato visto dalla committenza, ma nessuno ha pensato di criticare le superbe chiappe della spigolatrice. 

Ed effettivamente, vedendo, si fatica a capire che la donna formosa e accarezzata dalla brezza marina che ne mette in evidenza i glutei, sia una tormentata eroina dell’unità d’Italia. Il punto non è se una statua sia vestita o no. Già la Grecia classica ci ha abituati a nudità ben più esplicite e simboliche. 

Il problema è che quella statua, se non avesse una misera spighetta di grano che la identifica come spigolatrice (ovvero una raccoglitrice di grano tra i solchi dopo la mietitura), potrebbe essere tranquillamente quella di una bagnante con un ombrellone sottobraccio e la crema solare in borsa. La posa ammiccante e le forme che sembrano arrogantemente sgusciare da inverecondi e impalpabili drappi setosi (peraltro molto poco ottocenteschi), danno più l’idea di una che ti voglia stendere in spiaggia per turpi divertimenti carnali piuttosto che incominciare una rivoluzione.

Anche perché dubito forte che una tizia così scosciata e tornita sarebbe durata più di due minuti tra la soldataglia ribalda e pronta alla morte del Pisacane.

Se l’artista ha il sacrosanto diritto di interpretare a suo piacimento un concetto, è anche vero che questo concetto deve rispecchiare gli eventi o il personaggio che raffigura, oppure dare un’idea emotiva di cosa si voglia evocare. Qui di sangue, sudore e morte, non ne vediamo nemmeno l’ombra, al massimo un mignolo contuso contro uno scalino che porta alla spiaggia.

La spigolatrice precedente, più datata e morigerata, guarda il mare dallo scoglio dello Scialandro. Seppur non eccelsa, la statua ha un umile atteggiamento assorto, compresa nel suo ruolo di supporter ottocentesca ai rivoluzionari antiborbonici.

Ora, numerosi monumenti anche dell’800, costellano l’Italia. Basti per esempio vedere solo le statue dei cimiteri monumentali di Genova o Milano, che raccontano spesso molto di più sulle gente dell’epoca che eroici bronzi votati solo all’eroismo. In questi luoghi leggiamo meditazione, sofferenza, disperazione, angoscia. Certo parliamo di giganti della scultura, che nonostante tutto hanno rotto schemi, come Giulio Monteverde e il suo incredibile angelo allo Staglieno di Genova, forse una delle statue più celebri nell’arte funeraria. L’immagine profondamente sensuale e assorta di una figura efebica, che però ci impone quasi un’azione di umiltà di fronte a lei. L’angelo diventa messaggero della morte come riflesso della vita e non come scarnificata persecutrice.

Un monumento, racconta una storia, descrive un personaggio. E un bravo artista non mente, non crea immagini che, viste da persone che ne ignorano il significato, non hanno il minimo aggancio con la realtà. Se c’è una colpa dell’artista, non è nelle chiappe della spigolatrice, ma nel non aver saputo mostrarne l’anima attraverso il bronzo, un lavoro difficile e che deve creare sofferenza anche nell’artista.

Chi era quella donna? Cosa pensava? Cosa avrebbe immaginato vedendo giovani uomini trafitti dai proiettili? Ecco, questo è il senso profondo di un’opera, che non deve limitarsi alla semplice esposizione di una figura, ma raccontare nel profondo il senso del suo esistere.

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