L’effetto “porta girevole”

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Quella della salute mentale è una problematica che solo negli ultimi anni ha iniziato a farsi strada nel discorso comune. Tuttavia, è già considerata un’emergenza anche dal parlamento europeo, fin da prima della pandemia. 

Per ora l’occidente ha tentato di risolvere il problema a suon di farmaci, ma questo approccio potrebbe rivelarsi più dannoso di quanto pensato.

Secondo i dati del rapporto “salute in uno sguardo: Europa 2018” un europeo su sei ha sofferto di problemi legati alla salute mentale nel 2016. I dati riscontrati sono simili, se non peggiori, in altri paesi considerati occidentali come Australia e Stati Uniti.

La principale ragione di questo fenomeno è sistemica: viviamo in un mondo sempre più complesso, frenetico e stressante. Nonostante ci piaccia pensare di essere nell’era della comunicazione, è un problema anche la solitudine. Messaggistica istantanea, telefoni e videochiamate hanno ridotto all’osso il numero di attività sociali “faccia a faccia” che abbiamo modo di svolgere.

Questa natura sistemica del problema tende a causare quello che in gergo (lasciatemi pavoneggiare la mia formazione) viene chiamato “effetto porta girevole”. Ovvero, il circolo vizioso che si verifica quando una persona afflitta da un disturbo mentale viene “curata”, solo per poi essere reinserita nel contesto professionale o sociale che ha causato il problema in primo luogo.

La ricerca di una soluzione economica a lungo termine per ora ha portato solo una risposta: i farmaci. Che siano regolatori d’umore, calmanti o sostanze come Adderall o Ritalin, usate per trattare i deficit d’attenzione e iperattività (termine ancora in uso, ma non più considerato scientificamente adatto), la tendenza recente è stata spalare pasticche addosso al problema finché esso non scompare. A testimoniarlo vi sono i dati sulla crescita del mercato degli psicofarmaci. I dati raccolti parlano di un aumento nel consumo generale di psicofarmaci del 15% dal 2015 al 2019, 39% se consideriamo solo gli adolescenti.

Questo fare affidamento sugli psicofarmaci, specialmente su soggetti giovani e quindi ancora in pieno sviluppo, sta allarmando alcuni esperti.

Uno studio dell’OMS ha rilevato che gli “outcomes” (termine inglese usato anche in italiano, che indica il “risultato finale” di una terapia) per persone affette da schizofrenia in paesi in via di sviluppo sono molto migliori rispetto a quelli registrati in Occidente. La differenza principale di trattamento è che nei paesi in via di sviluppo analizzati, solo al 16% dei pazienti venivano prescritti farmaci – che in Occidente sono invece una norma.

Un altro studio, stavolta ad Harvard, ha anche mostrato che i risultati odierni non sono migliori di quelli ottenuti nel 1920 – nonostante le cause farmaceutiche vantino costantemente una comprensione sempre più profonda della chimica dei problemi mentali.

Robert Whitaker, autore del libro “Autonomia di un’epidemia” , sostiene che sebbene gli psicofarmaci possano dare temporaneo sollievo a breve termine, gli effetti a lungo termine siano al netto negativi. Oltre al fatto che la loro efficacia sia limitata. Robert ha rilasciato un’intervista sul tema a Scientific American. 

(lettura consigliata: https://www.google.com/amp/s/www.scientificamerican.com/article/has-the-drug-based-approach-to-mental-illness-failed/%3famp=true). 

La ricerca di Whitaker dimostra che l’efficacia di questi farmaci è a malapena superiore all’efficacia dei farmaci placebo, e che in molti casi non riesce a raggiungere risultati clinicamente rilevanti.

Whitaker parla anche di crisi da astinenza paragonabili a quelle dovute alle dipendenze da droghe, e di generali “incertezze” nei metodi di studio degli psicofarmaci. Nel suo libro, Whitaker raccoglie molte testimonianze riguardanti studi sull’efficacia degli psicofarmaci che sono stati svolti senza un gruppo di controllo placebo (un gruppo a cui viene inconsciamente fornito un farmaco inerte in fase di test, in modo da eliminare la contaminazione statistica dell’effetto placebo).

Il ritratto sociale che esce da queste informazioni non è roseo. La popolazione è sempre più provata a livello mentale, mentre i salari non salgono, le ore di lavoro aumentano, le pensioni si allontanano e il carico di lavoro per gli studenti è sempre più grande.

Per risolvere la crisi servirebbero cambiamenti nel nostro modo di pensare scuola e lavoro (la scienza sostiene da anni che meno ore di lavoro e studio significherebbero produttività aumentata), o un più ampio affidamento su terapie psichiatriche a lungo termine. Entrambe le opzioni sono tuttavia dispendiose in tempo e denaro, e chi tira le corde del gioco deve aver pensato che lanciare pillole al problema fosse, se non altro, poco costoso. 

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