Metalli preziosi, non dagli oceani

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A minacciare gli ecosistemi e le profondità marine, ci si è messa anche l’estrazione mineraria. Proprio per questa ragione, in più di un’occasione, la comunità scientifica internazionale ha richiamato i governi del Pianeta sui rischi di questa pratica scellerata che danneggia gravemente gli oceani già alle prese con ben altri problemi non da poco come l’inquinamento e le conseguenze della crisi climatica. Oggi la (buona) notizia è che la stragrande maggioranza dei governi in accordo con le ONG e i gruppi che si battono per l’ambiente hanno votato per l’applicazione di una moratoria su queste miniere sottomarine di metalli preziosi.

L’avidità e l’ingordigia umana non hanno limiti. Troppo spesso, l’uomo, pur di far soldi, è disposto a tutto. Anche a deturpare aree del nostro Pianeta che ancora conosciamo a malapena, come nel caso delle profondità sottomarine. Abissi oceanici minacciati dal cosiddetto “Deep Sea Mining”, un processo d’estrazione in acque profonde che avviene attraverso il raschiamento dei fondali, aree dove si possono facilmente trovare diversi metalli particolarmente ricercati come argento, oro, rame, manganese, cobalto, nichel e zinco. 

Alcuni di questi metalli sono indispensabili per la fabbricazione di smartphone, batterie elettriche, pannelli solari e di molti altri prodotti tecnologici che oggi vanno per la maggiore anche in previsione di un rapido abbandono dei vettori energetici fossili. Ma il raschiamento del fondo oceanico da parte di sofisticati macchinari telecomandati potrebbe alterare e distruggere per sempre interi habitat sottomarini. Ecco perché è quantomeno necessario condurre studi più approfonditi su quale possa essere l’effettivo impatto sull’ambiente delle operazioni di “Deep Sea Mining”.

Nel fondo degli oceani si nasconde un tesoro. E no, non stiamo parlando del forziere di un qualche vascello pirata inabissatosi secoli fa. E neppure dei giacimenti minerari che fanno gola a Cina, Corea, Regno Unito, Francia, Germania e Russia, paesi già pronti da tempo a intervenire nell’estrazione, ma degli abissi in sé che sono il più grande ecosistema del Pianeta, nonché la casa di creature uniche che a malapena conosciamo. Molte specie viventi che abitano le profondità marine sono endemiche, cioè caratteristiche di quel un luogo e basta. Senza contare poi che il “Deep Sea Mining” condizionerebbe anche la vita di giganti degli oceani come balene, squali delfini e tonni, infastiditi dai rumori, dalle vibrazioni e dall’inquinamento luminoso prodotto. 

Del resto, proprio uno dei problemi più gravi e meno noti che affliggono gli abitanti dei mari, è l’inquinamento acustico dovuto alle attività umane. Le ricerche condotte proprio in questo ambito hanno dimostrato come alcune forme di rumore oceanico siano in grado di uccidere, ferire e causare sordità a cetacei e altri mammiferi marini, così come ai pesci. In particolare, è stato possibile mettere in relazione una serie di spiaggiamenti e di decessi di grandi cetacei con l’esposizione ai sonar militari. Ecco quindi spiegato il motivo per cui un ulteriore sfruttamento dei fondali marini porterebbe non solo alla loro distruzione, alla cancellazione di quelle meraviglie presenti sul fondo degli oceani prima ancora di avere avuto la possibilità di osservarle e studiarle, ma anche alla messa in pericolo dell’intera vita presente negli oceani. 

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