Morta in casa tra un mare di roba

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Le cronache propongono la malinconica oscura storia di una accumulatrice seriale di Milano, trovata morta accanto al figlio, (mai visto da nessuno prima che salutasse il mondo) spirati su una catasta di giornali e di depliants.

La donna viveva nel marasma di una abitazione trasformata in un magazzino ingozzato da tonnellate di oggetti, cianfrusaglie e cose futili, il tutto in una babele di sconvolgente disordine tra mille lattine di bibite, vuote, accartocciate e impudenti nella conquista degli ultimi spazi.

Una sequenza da brivido, nella coreografia di uno straordinario ammassamento e di un frenetico impulso da ammucchio, ha raggelato gli agenti della squadra mobile e dei vigili del fuoco, accorsi nell’appartamento dopo l’ inquieta segnalazione di inquilini e vicini, insospettiti dall’anomala prolungata sparizione di una eccentrica signora settantenne. 

I soccorritori  sono stati costretti a inabissarsi in una sequenza di locali invasi da cose impignate e stratificate sino ai soffitti: ombrelli sfatti, turaccioli, scatoloni di ogni dimensione, tocchetti di legno, coaguli di polistirolo, pacchetti di sigarette, stracci e cenci, ferrivecchi, pezzami di materiali infami, accendini, palloni sventrati, zerbini logori, gazzette, guide telefoniche e rotocalchi a non finire. I movimenti degli operatori risultavano problematici, imponendo acrobazie in una coltre di aria irrespirabile e marcescente.

Secondo notizie riportate dal Corriere della Sera, la donna godeva già di una discreta fama di raccoglitrice del tutto, di rastrellatrice minuziosa e senza ritegno sospinta da quel disturbo, poi non così raro, che gli analisti di Salute Mentale classificano spesso come “stimolo ossessivo e irrazionale che  spinge ad accumulare per placare un particolare e incalzante stato di ansia”.

Il corpo della donna era totalmente circondato da roba accumulata in anni e anni di probabili incondivisibili solitudini, di atroci idee fisse e di raccapriccianti manie.

A qualche metro di distanza, il cadavere del figlio, povero ectoplasma o fantasma che fosse, mai incrociato o immaginato dai condomini del palazzo.

Nel chiaroscuro dei pianerottoli si abbozzavano incontri fugaci con la “strana signora” , che trascinava con sé un piccolo carrello con l’immancabile abbondante corredo di sacchetti di plastica. Sola, immancabilmente sola, assorta dentro uno sguardo assente e perso ,pronta a regolare due giri di chiavi dentro la toppa di una porta che si apriva sull’agghiacciante regno di una follia confusa e arruffata, nella quotidianità di un film dove la cospirazione dello sconvolgimento la faceva da vera padrona.

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