Oetzi, tra maledizione e realtà

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Quando si dice mummia, la maggior parte di noi, pensa subito all’antico Egitto oppure a un qualche film horror degli anni cinquanta. A pensarci bene, la mummia, nell’immaginario collettivo non è altro che un lontano parente dello zombie. Una specie di non morto. Immancabile poi, manco fosse una sorta di certificato di garanzia, è la maledizione che accompagna ogni mummia che si rispetti. Eppure Oetzi, la mummia ritrovata per caso sul ghiacciaio del Similaun trent’anni fa, al confine tra le montagne del Trentino Alto Adige e l’Austria, è anche tanto altro. Di certo non solo superstizione. In questi tre decenni, grazie alla scienza, Oetzi ci ha raccontato cose straordinarie riguardo alla vita dell’uomo di 5’000 anni fa.

Faceva freddo. Era una giornata grigia e nuvolosa, quando durante un’escursione sul ghiacciaio del Similaun, all’una e mezza del 19 settembre del 1991, due coniugi tedeschi s’imbatterono in quella che sarebbe risultata come una delle più sensazionali scoperte fatte in quella zona. In mezzo alle rocce, da una pozza d’acqua spuntava la sagoma di un uomo. La mummia di un uomo. Era l’iceman, l’uomo venuto dal ghiaccio, poi familiarmente soprannominato Oetzi. Una delle mummie più antiche al mondo. Più vecchia di quelle arrivate a noi dall’antico Egitto. Più vecchia perfino di Stonehenge e delle piramidi che, quando c’era lui, loro non c’erano ancora.

Il suo corpo e arrivato fino a noi senza esser stato modificato da riti funerari o da altri interventi umani. Oetzi si è semplicemente conservato nel ghiaccio, con il suo abbigliamento e i suoi attrezzi da lavoro. Con la sua storia da raccontare. Grazie a lui e agli studi condotti sulle sue spoglie mortali oggi sappiamo molto di più sulla vita dell’età del rame. Oetzi era un maschio adulto di circa 45 anni. Alto un metro e 60 centimetri, pesava attorno ai 50 chili. Faceva il pastore. Sappiamo che nel suo stomaco c’era l’Helicobacter, il batterio presente almeno nella metà della popolazione mondiale, all’origine di gastriti e ulcere. 

E proprio l’identificazione di questo specifico ceppo di Helicobarter ha permesso di ricostruire la cronologia dell’evoluzione del batterio, che s’intreccia con le migrazioni e gli incroci tra le popolazioni umane negli ultimi millenni. Inoltre dalla mappatura del DNA di Oetzi risulta che aveva un antenato in comune con gli attuali abitanti di Corsica e Sardegna. Sappiamo che era intollerante al lattosio e aveva il colesterolo alto. Sul suo corpo sono stati individuati più di sessanta tatuaggi raffiguranti gruppi di linee o croci. Si è perfino scoperto che il suo ultimo pasto è stato a base di grano e carne essiccata di cervo e stambecco. 

Oggi Oetzi riposa in una cella frigorifera appositamente costruita per lui all’interno del museo di Bolzano, meta di 250’000 visitatori che ogni anno giungono da tutto il mondo, incuranti della maledizione. Proprio così, perché anche lui, come ogni altra mummia che si rispetti, ha la sua bella dose di sfiga da dispensare. O almeno questo narra la leggenda. Il primo a morire in maniera simile a Oetzi è stato proprio il suo scopritore, Helmut Simon, caduto in una scarpata durante un’escursione in montagna. Alla lista si aggiungeranno nel corso degli anni l’operatore della tv pubblica austriaca che lo aveva filmato, l’alpinista che lo trasferì, il medico legale che eseguì l’autopsia, l’archeologo tedesco che scrisse un libro sulla vita e lo scienziato statunitense che ne studiò il DNA. Ma, bilancio dei sortilegi a parte, c’è chi è ancora vivo e vegeto e in buona salute. È il caso di Reinhold Messner che, all’epoca, era stato sul luogo di ritrovamento ancora prima che la mummia fosse trasportata a valle. “L’emozione è rimasta la stessa del primo giorno – racconta Messner – prima di trovare lui nessuno pensava che la gente all’epoca si spingesse a queste quote“.

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