Parole e prevaricazioni

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A me la parola neg*ro non mi ha mai offesa. 

Quando mi si dice che un termine è offensivo, penso immediatamente alla sfera delle emozioni, quindi a una percezione del tutto personale e intima di un qualcosa che di conseguenza, può cambiare. Dire che una cosa è offensiva dunque, per me è profondamente pericoloso. Perché lascia a chi si sente “offeso” la responsabilità di non sentirsi tale. Per la serie “se dai potere a quella parola, la parola ti ferirà”.  Un modo di pensare che lascia sempre a chi subisce la violenza e il disprezzo altrui, la responsabilità di risolvere e andare avanti. Quando il dolore che ti provocano coscientemente non dovrebbe mai essere una tua responsabilità. E questo vale sia con la questione razziale che con quella di genere. 

Per me, in quanto persona nera, la parola neg*ro invece ha sempre costituito un divieto materiale e concreto. Niente casa con bagno funzionante e riscaldamento perché siete neg*ri. Niente accesso facilitato alle cure perché siete immigrati ma soprattutto neg*ri. Niente sicurezza sul lavoro, paga adeguata perché siete neg*ri. Niente sicurezza per strada, o in casa vostra, se vivete in quartiere coi  fa&scisti a pochi metri di distanza che da poco hanno aperto in quell’ex garage dimenticato da Dio la nuova sede del Comitato per il Decoro e la sicurezza dei cittadini italiani che non può chiamarsi I love M.S.I., perché siete neg*ri. Non vi daremo nulla, avrete difficoltà a restare in questo Paese e quando potremo ve lo faremo presente, perché siete stranieri e soprattutto neg*ri. 

In quella parola così semplice, che ti punge come la punta di un ago dietro la schiena c’è il sogno di un mondo in cui noi siamo gli animali che occupano l’ultimo gradino della piramide sociale. Sopra i bianchi, sotto coloro i quali li servono. 

N-ė-G-R-O è una parola che viene da lontanissimo, una parola con una Storia secolare fatta di vincitori e dei vinti, una parola di cui si sono appropriati tutti in Europa, e se in Italia, come dice qualcuno, inizialmente dire neg*ro non veniva pronunciato con quella stessa volontà di creare una categoria di donne, bambini e uomini da sfruttare, violentare e umiliare quanto più possibile, la N-Word, oggi dichiarata semplicemente impronunciabile senza capirne fino in fondo il perché, è riuscita a incarnare quel tipo di razzismo che si scatenava contro gli immigrati africani e i loro figli italiani e afrodiscendenti. 

Pensate che la prima volta che questa parola mi venne sputata letteralmente in faccia non sapevo nemmeno cosa fosse. Ma era così potente, evocativa, asfissiante e violenta, che persino una bambina di sette anni poteva riuscire a capire da quanto lontano venisse, e quanto potere creativo e distruttivo contenesse in ogni sua singola parte. 

Quella parola, come tutte le parole, ha un Potere enorme. Un potere che a volte mi lascia attonita, altre volte mi sconvolge, mi affascina, impedendomi di muovermi o di pensare a me stessa senza parole di odio. E vi assicuro che riderne o utilizzarla per far ridere un pubblico di bianchi poco evoluti e non coscienti  delle potenzialità malefiche insite in quella parola che la loro stessa cultura razzista ha creato, confermano soltanto che non ci hai capito un cazzo né di satira né di questa società  in generale.  

Non c’è nulla di innovativo e sovversivo in due maschi bianchi adulti che nella vita sono riusciti a farsi una carriera toccandosi l’uccello e fingendo ignoranza per far ridere un pubblico di disgraziati capaci di sentirsi contenti e felici solo quando sentirsi bene solo quando  dei loro pari riescono a riportarli con la mente e la nostalgia a quei bei tempi in cui la società poteva autodichiararsi bianca, eterosessuale e sempre dalla parte della ragione. 

Ridono di un mondo che sta sparendo. Ridono di un mondo in cui i soggetti che detengono ad oggi il potere di ridisegnare i rapporti sociali e gli immaginari, non sono più quelli di una volta. 

Ridono e scorreggiano, mentre questo loro modo di fare Satira ha più a che fare coi morti che coi vivi. 

La satira ha sempre rappresentato la lapidazione dei Potenti. Pensate a quanto debbano essere fragili questi uomini ricchi, bianchi e influenti che vedono nel nostro tentativo di sopravvivere, una minaccia alla loro stessa esistenza di privilegiati del cazxo.

E loro questa battaglia per la supremazia di chi ha diritto a vivere e a raccontarsi con dignità, estro, e spirito veramente sovversivo e innovativo la vogliono vincere a colpi di scoregge e insulti.

Un cimitero pieno di morti trapassati duecento anni fa, quando potevi abusare e umiliare senza alcuna conseguenza, donne, immigrati e omosessuali è l’unico palco All’altezza della loro comicità innovativa. Ma sarà che la Rai è diventata un cimitero di ideologie moribonde e siamo scemi noi a non aver ancora staccato la spina?

Djarah Kan

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