Qualcosa in questa città si è rotto

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Era il 1981, quando John Carpenter consacrava all’Olimpo del cinema la pellicola “1997 fuga da New York” film distopico e catastrofico, in cui il mercenario “Jena” Plissken, era costretto a liberare il presidente Usa caduto in volo entro il perimetro di Mantthan, diventata un carcere a cielo aperto. Un mondo di violenza e brutalità, una storia cupa e angosciosa.

Rodolfo Pulino, ex Consigliere comunale leghista, commenta i fatti del parco Saroli, dove la polizia, qualche giorno fa, ha disperso un centinaio di giovani. Non è importante la militanza politica (Pulino era leghista e precedentemente comunista), è importante il concetto che la persona trasmette. Pulino non è “Jena Plissken”, ma come lui testimone di fatti sgradevoli e che mettono un serio punto interrogativo sulla gestione poliziesca della città.

Una persona che sa di cosa parla e che ha ancora un’attenzione ai fatti cittadini pur non essendo più in politica. Fatti che sono comuni in questi giorni di solitudini sociali, solitudini che i giovani faticano di più a gestire. Parliamo di una festa illegale a parco Saroli a Lugano che è terminata intorno all’una di notte con un intervento massiccio della polizia, che ha anche usato proiettili di gomma. Insomma, la classica sedazione di una sommossa. Ovvio chiedersi se non ci fossero altri metodi, oltre allo spray urticante e ai proiettili. Anche perché non sembra che da parte dei giovani ci siano stati atteggiamenti violenti.

Pulino commenta con grande lucidità la cosa e pone una riflessione, che a molti, soprattutto a sinistra, continua a frullare in testa, visto le recenti azioni della capo dicastero polizia Karin Valenzano Rossi.

“Non possiamo limitarci a guardare una storia da un solo punto di vista. Una storia, e mi riferisco ai fatti di Villa Saroli, che dimostra sempre di più una spaccatura totale tra due mondi troppo distanti tra loro. Senza entrare nel merito del singolo episodio e dell’intervento burrascoso della polizia comunale, secondo me evitabile, bisogna prendere atto di come le autorità oggigiorno non sappiano più che pesci pigliare di fronte a certe situazioni e che non sappiano più come dialogare e confrontarsi con realtà appena un pochino differenti da loro. 

Viene quasi da sospettare che non lo vogliano nemmeno fare.

E allora non rimane altro che la repressione. Una repressione alla quale temo dovremo abituarci e che rischia di diventare la norma in una città in cui la municipale di riferimento dimostra, con le parole e con i fatti, di condividere dimostrando di voler perseguire questo tipo di politica.

Non c’è miglior sordo di chi non vuol sentire. Non importa che sia con i molinari (che possano piacere o meno) o con altre realtà luganesi, o semplicemente anche solo con delle/dei giovane/i che si ritrovano a far festa in un parco perché non hanno altri posti in cui andare. Il refrain sarà sempre lo stesso, la repressione. Da oggi ancora più dura e violenta.

Tutto questo senza nemmeno provare a chinarsi per capire quali sono i veri problemi alla fonte, senza minimamente cercare il dialogo e l’ascolto, senza comprendere che vi è una mancanza di spazi non solo culturali e di svago, ma anche “esistenziali” per alcune fasce della popolazione.

Qualcosa in questa città si è rotto. E la cosa più triste è che questo è quello che vogliono.”

Ha ragione Pulino? Qualcosa si è rotto davvero a Lugano? Una città che sembra diventare sempre più per vecchi impauriti e forze dell’ordine nerborute? Essere pessimisti è una questione di logica, più che di partigianeria. Certo preferiremmo sbagliarci, ma il futuro ci racconterà se la dorata Lugano del passato, si è trasformata nell’isola di Manhattan di “1997 fuga da New York”. (guarda il trailer del film)

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