Ti ricordi di quando volevamo fermare il mondo?

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Quando la narrativa si occupa di realtà: i fatti di Genova di 20 anni fa raccontati da un poliziotto. In maniera onesta. Pagine dure ma necessarie. E coraggiose. Ecco Antonio Fusco.

Antonio Fusco è un bravo giallista. Le sei avventure del suo commissario Casabona hanno conosciuto un crescente successo, a partire da “Ogni giorno ha il suo male”, del 2014. Antonio Fusco è anche poliziotto, anzi è stato anche poliziotto: dopo un bel po’ di pratica si è rimesso agli studi diventando funzionario della Polizia di Stato e criminologo forense. Napoletano di nascita ma in pratica toscano “de facto”.

Antonio Fusco ha una sensibilità vera, una capacità di scrittura inconfutabile e un’onestà intellettuale rara.

Per questo suo nuovo romanzo “Quando volevamo fermare il mondo”, sempre per la casa editrice Giunti, si è voluto confrontare con sé stesso. Meglio: con una di quelle pagine che hanno lasciato segni indelebili su di una Nazione intera, possiamo immaginare sui partecipanti: il G8 di Genova di venti anni fa (esattamente del luglio del 2001). 

Il romanzo dedica molte pagine a questi fatti e trova svolgimento seguendo due binari: parecchia documentazione e l’esperienza diretta. Sono pagine dure, narrate con una sincerità a tratti commovente. A Fusco non interessa definire “buoni e/o cattivi”, anche perché alla fin fine hanno perso tutti. 

Come scriveva Brecht:

C’erano vincitori e vinti.

Fra i vinti la povera gente

Faceva la fame. Fra i vincitori

Faceva la fame la povera gente ugualmente

Dall’anteprima, il concerto dei Manu Ciao della vigilia, ai giorni roventi (i black bloc con la loro astuta strategia e gli ordini assurdi in arrivo da Roma), fino al dopo con la profonda riflessione sul modo di operare della Polizia di Stato in occasione dei cosiddetti Grandi Eventi (e le successive modifiche operative, tant’è che negli ultimi vent’anni, senza mai esasperare gli animi, il sacrosanto diritto di manifestare non si è più trasformato in un tragico campo di battaglia). È il minimo dovuto “ad un ragazzo morto e ad un altro cui è stata rovinata l’esistenza per sempre”.

Ma torniamo al romanzo. Le pagine dedicate a Bolsaneto, alle strade dove sono avvenuti gli scontri, e poi alla Diaz, sono intense e profonde. E non solo perché, almeno in parte, riecheggia il fantasma di Pasolini quando in una poesia scaldò gli animi  con la presa di posizione “sugli studenti figli di papà contro i poliziotti proletari”, e tutte le polemiche che ne sono scaturite (siamo nel ’68). C’è un po’ questo ma anche altro. 

C’è che, a differenza di un saggio-testimonianza, questo “Quando volevamo fermare il mondo” resta un romanzo. Per essere precisi la storia di un’amicizia tra due ragazzi. Nata ai tempi dell’asilo e cresciuta anno dopo anno, in condivisione di momenti belli ad altri meno: un rapporto profondo, da fratelli. Poi, a causa di una insopportabile delusione d’amore, sempre tenuta nascosta e mai chiarita, neanche nel passare degli anni rimasti muti, eccoli a fare i conti a Genova. Con un’ulteriore ironia della vita: l’amico Pietro, questo il suo nome, tutto fuorché di sinistra a scendere in piazza contro la globalizzazione ed il nostro protagonista, ora chiamato cinese per via dei lineamenti somatici, progressista con la divisa. E si ritrovano dopo decenni. Ma, come ne “Le braci” di Marai, o nella canzone di Bob Dylan, “risposta non c’è, o forse chi  lo sa/ caduta nel vento sarà“. 

Sì, un bel romanzo. Sincero e onesto. Che va letto. 

“Quando volevamo fermare il mondo”, 2021, di Antonio FUSCO, ed. Giunti, 2021, pag. 126, Euro: 16,00.

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