Ticino addio!

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Recentemente si è parlato molto di invecchiamento della popolazione e della fuga dei giovani (cervelli) dal Ticino. Questa evoluzione è di lungo corso e difficilmente reversibile, perché il nostro cantone non ha mai adottato una vera politica di sviluppo competitivo.

Certe volte è utile tentare una spiegazione partendo dall’esperienza personale. Negli anni ’90 ho conseguito un dottorato dopo aver lavorato un paio di anni in un prestigioso centro di ricerca parigino e questo grazie a una borsa di studio del fondo nazionale per la ricerca scientifica (dal Ticino ho ottenuto solo un prestito di studio che ho dovuto rimborsare integralmente). Alla fine dei miei studi ricevetti una proposta di lavoro come ricercatore presso un’università francese, ma per motivi personali ho deciso di ritornare in Ticino anche perché in quegli anni stava nascendo l’Usi dove, pensavo ingenuamente, il mio profilo di studio avrebbe potuto essere considerato. 

A un certo punto ho partecipato a un concorso come professore – ramo economia industriale – e naturalmente ho inviato il dossier di candidatura. Dopo alcuni mesi senza risposta sono andato a ritirare il dossier che ho scoperto non era nemmeno stato aperto, esattamente come successo a due amici che si erano candidati per lo stesso concorso; uno era un esperto con diverse pubblicazioni sul settore auto e l’altro ha fatto carriera in Germania come professore universitario e come consulente del governo federale. 

Ma non è finita: circa un anno dopo ho avuto la possibilità di chiedere delucidazioni sullo svolgimento del concorso e mi hanno confermato che io non avevo abbastanza pubblicazioni (in effetti avevo solo 2 o 3 pubblicazioni di rilievo) e che quindi la scelta era caduta su un altro candidato. Curioso sono andato a verificare e ho scoperto che avevano assunto un concorrente che come pubblicazione aveva la traduzione dall’inglese all’italiano di un manuale di economia industriale.

Non sarà molto “nobile” portare esempi personali, ma potrei citare almeno un paio di altri casi che conosco personalmente che hanno “subito la stessa storia”. E questo è un primo elemento: l’Usi ed in particolare le facoltà di economia e comunicazione sono una specie di fondo privato (tutti sanno chi le gestisce indirettamente) il cui valore scientifico è perlomeno discutibile. Abbiamo quindi creato un’università – ottima idea – ma non siamo riusciti a dargli una vera valenza scientifica, pur con finanziamenti pubblici non indifferenti.

Naturalmente non è che poi la mia carriera, in seguito, sia decollata semplicemente perché la “prassi Usi” è largamente diffusa. Anzi per diversi anni ho campato di lavoretti (ho in un qualche modo anticipato la gig economy) fino a quando sono riuscito ad avere un lavoro come insegnate. In questi anni ho avuto la possibilità di svolgere un paio di mandati interessanti (per me) e in linea con i miei studi; uno sul settore delle pietre naturali e una sulla filiera del bosco-legno dove proponevo dei progetti di rilancio dei due settori… entrambi totalmente ignorati. 

Il perché rimane per me un totale mistero, ma la mia idea è che questi studi servono solo a giustificare lo status quo istituzionale dove i “boss” locali non auspicano nessun cambiamento se non un eventuale aumento dei fondi pubblici. Ultimamente, per puro caso, ho riletto le conclusioni del mio studio sul settore delle pietre naturali e sono rimasto stupito di come la realtà coincideva esattamente con lo scenario ipotizzato del “non fare nulla” come poi è stato.

Naturalmente potrei proseguire per diverse pagine, ma non vorrei tediare il lettore. Posso però assicurare che il mio percorso non è un caso isolato, tutt’altro. E allora perché lamentarsi della fuga dei giovani se non siamo in grado di valorizzarli? Se abbiamo una struttura economia improntata sul basso valore aggiunto (salvo evidenti eccezioni) e sul clientelismo non possiamo pretendere che giovani con una formazione di elevato livello e con ambizioni, possano decidere di rimanere in Ticino in attesa che gli “passi un’occasione interessante” che probabilmente non arriverà.

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