Verga, che non scrisse di Malavoglia

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Giovanni Verga, scrittore, drammaturgo e senatore italiano, nato a Catania il 2 settembre del 1840 da una famiglia facoltosa e di robuste tradizioni liberali, è universalmente considerato il maggior esponente  della corrente letteraria del Verismo.

Già ” L’amore del guadagno” per il quale i Malavoglia sono disposti ad affrontare la morte mi impose, nella mia discretamente lontana giovinezza, di  battezzarlo come il marchiatore del “Robismo”, termine un poco inelegante ma efficace per sottolineare quanto questo straordinario autore mi abbia insegnato sul tema del dramma della “roba”. Quella roba che condiziona l’esistenza di tanti personaggi il cui mondo gravita attorno al desiderio della ricchezza ancorata alla legge fondamentale dei poveri che si attiva contro natura, nella negazione brutale della solidarietà, dell’indifferenza e del rancore, sino a convertirsi in un odio.

Oggi, forse più di ieri, la “roba” rappresenta per troppe persone una sorta di meta finale, l’obiettivo di una vita, un punto di arrivo dove il sogno si adagia su un mucchio infinito di oggetti utili o inutili, di aggeggi, di beni che ti sottraggono il bene dell’intelletto, di patrimoni mobili e immobili, di proprietà sudate e vezzeggiate, di masserizie, di suppellettili e di cianfrusaglie, di migliaia di gingilli e di centinaia di succursali di generi veniali.

Esistono individui che respirano in funzione della “roba”, accumulatori seriali affetti dalla schizofrenia di un possesso, di una ulteriore disponibilità e di una deteriore quantità. 

Nella stupenda novella “La roba”, lo scrittore siciliano tratteggia l’epica figura di Mazzarò, imprigionato nel bozzolo di un disperato attaccamento a prescindere, in un mondo che egli stesso ha incoscientemente creato, sino a farne un motivo ora lirico ora mistico.

La fede nella “roba” dà perfino luogo a un delicatissimo canto che celebra l’intima poesia del paesaggio, paesaggio che all’invero esiste in quanto “roba”, come sudata e amara conquista quotidiana da perseguire tenacemente e senza soste, perché l’uomo è nato per la “roba”.

Robe da matti, verrebbe da dire: eppure lo strambo Mazzarò si commuove quando pensa che: “Tutta quella roba se l’era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non dormire di notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll’affaticarsi dall’alba alla sera”.

E la sfibrante fatica che dal nulla lo ha portato a una condizione agiata regala a Mazzarò, in qualche sporadico attimo di apologia della superiorità dell’avere sulla fatuità dell’essere, una coscienza di dominatore manovrato dalla forza luminosa della “roba”.

Devo un particolare ringraziamento a Giovanni Verga per avermi insegnato, nella descrizione dell’ossessione della perversa idolatria del detenere, del disporre e del dominare, a fottermene della filosofia dell’ammasso, accontentandomi del quanto basta.

Esiste ovviamente anche “roba” molto utile, e forse vitale: l’impadronirsi, per esempio, di un buon numero di libri, stravaccarsi sulla poltrona e sfogliare con goduria  senza fretta e con la giusta concentrazione.

Apro le “Novelle rusticane” e mi imbatto nella pagina dove Don Venerando di “Pane nero” conosce bene la legge e sa far fruttare come si deve le sue ricchezze e si coccola nel suo opulento benessere, tutto meritato perbacco perché bisogna sapere: “Quel che ci vuole a fare la roba”.

Chiudo il volume e intanto mi sovviene lo zio Mario che esprimeva , con una certa frequenza, giudizi negativi commentando con tono brusco “roba da chiodi”.

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