99 anni fa, la marcia fascista su Roma

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Resterà nei secoli la marcia  più  sciagurata che la storia italiana possa ricordare: la calata dei caserecci visigoti su Roma, con la tracotante mobilitazione di tutti gli squadristi e delle moltitudini degli invasati debitamente lobotomizzati da una propaganda sottilmente feroce. 

La marcia si sviluppò dal 26 al 30 ottobre dell’anno di disgrazia 1922 , fra i madornali errori di calcolo del re, lo smottamento del governo Facta e la pioggia di dispacci dei prefetti, impegnati a segnalare un incombente sommovimento di lestofanti manganellatori.

Mussolini, ebbe modo di ricordare  come in quei giorni gli astri gli inviassero messaggi di una onnipotente certezza che gli sussurrava, blandendo l’abnorme regione mascellare, la conferma di essere l’assoluto padrone degli eventi.

Benito, ragno d’orbace, aveva sputazzato matasse di fili per la ragnatela perfetta, ispirato da un opportunismo aperto all’accettazione di qualsiasi genere di alleanza, purché gli garantisse manovre fuori creanza. Grazie “all’imperfetto” prefetto di Milano poteva vantare costanti e striscianti contatti con Giolitti e con Facta , attraverso i buoni servigi del generale Capello si era ingraziato la paciosa simpatia del radicale Nitti e con la vezzeggiata Destra andava a nozze, mietendo confetti per caricare i moschetti, gonfiando a dismisura la entusiastica empatia sbocciata con i nazionalisti.

Ma la sua volubilità fascista e l’impareggiabile dote di trasformista gli avevano già assicurato i retorici venticelli rimati del vate “arciavventuriero” D’Annunzio, gli amabili fraseggi con la Corte, con la regina madre ( quasi una madre aggiunta per il dinamico futuro Duce) e con il duca d’Aosta che se la intendeva a meraviglia con il generale De Bono, fra una affilata di lame di spade e una scorpacciata di tartufi d’Alba, nella trepida attesa della vera alba d’Italia.

Con il suo patentino da voltafaccia pluridecorato, colui che tramava flirtava intanto con la Chiesa , ben disposto anche alla postura da penitente su un ruvido inginocchiatoio per stupire entrambi i rami della solidale massoneria.

L’allestimento della tempesta perfetta era insomma giunto alla millimetrica precisione dei dettagli, dopo l’abbraccio quasi sincero con la pattuglia dei conservatori, sancito da un atto di fede monarchica artisticamente ben espresso in un discorso pronunciato nel settembre di quell’anno.

Il capolavoro dei capolavori emerge comunque, in tutta la sua laida magnificenza, da una sua estatica ed estetica affermazione dove gli urgeva puntualizzare, a braccia ben affrancate ai due fianchi oscillanti, che i motivi per cui sino ad allora era stato repubblicano stava nel limite ,ormai superato, di “una monarchia che non era stata sufficientemente monarchica”.

Agli inizi di ottobre Mussolini e il suo manipolo di deputati apparivano di fatto padroni delle sorti di un Paese dove il governo “sgovernato” poteva fregiarsi di una concreta esautorazione , mentre montava a lievito rinforzato il volgare  motto del “me ne frego” che sublimava erculea forza e che si sarebbe incarnato nella cupa rovina dell’Italia.

La marcia su Roma fu la maligna e drammatica conseguenza derivante dalla delittuosa trama di un ordito tessuto e ritessuto, sfilato e rielaborato sull’indocile telaio manovrato da uno scaltro e perverso regista che ritoccò i particolari delle coreografia di una fatale insurrezione nell’ambito di un delirante congresso di legionari fiumani dove affermò, con voce stentorea come solo lui sapeva fare, che ” il regime parlamentare era la causa della rovina nazionale e nient’altro che una mefitica cloaca che doveva essere distrutta”.

Visto che tutto era marcio, non restava che marciare.

E marcia tu che marcio io, a trentanove anni Benito-Nerone  si ritrovò ad essere il più giovane Presidente del Consiglio della storia italiana, pronta allo sfascio grazie ai castranti calcioni del fascio.

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