Abdulrazak Gurnah e il Nobel per la letteratura

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Una decisione forte a Stoccolma: il Nobel della letteratura 2021 è assegnato a Abdulrazak Gurnah. Uno scrittore «sorpresa», almeno per i lettori di lingua italiana, che apre un finestra su di un mondo che è già davanti ai nostri occhi ma che va rivisto e riguardato: quello degli emigranti. 

Gli accademici di Svezia, si sa, amano stupire. Da un po’ di anni sfuggono le passioni dei lettori, gli scrittori già portatori di una loro celebrità (e Dylan ? beh, quello era conosciuto come menestrello, non come poeta… e poi in quell’anno occorreva liberarsi dall’alone di imbarazzo legato agli scandali interni al gremio dei giurati: mai legati alla letteratura, diciamolo!) e, soprattutto, sembrano fare apposta nello smentire tutti i pronostici. Dopo la sconosciuta, almeno per i lettori di lingua italiana, poetessa americana Louse Glück (nel 2020), quest’anno il premio è andato a Abdulrazak Gurnah, tanzaniano di nascita e inglese di formazione e/o professione. Spieghiamo: è nato a Zanzibar e la sua lingua madre è lo swahili, a 20 anni (ora ne ha 73) è approdato in Gran Bretagna come rifugiato, scappato dalle persecuzioni anti-arabe perpetrate sull’isola. Ha lavorato, studiato, scritto. Arrivando a pubblicare dieci romanzi e insegnando inglese all’Università del Kent a Canterbury.

Per il pubblico italiano un nome sconosciuto: di lui sono stati tradotti e pubblicati solo tre libri in tempi lontani (l’ultimo è del 2005) sempre da Garzanti, che ora sta pensando a nuove edizioni (potenza del premio). Storie di emigrazioni, vale a dire di origini, amore e abbandono. Allo stupore dei lettori si è poi aggiunto l’imbarazzo dei quotidiani che, per approfondire un po’ la notizia, hanno dovuto ricorrere a «terze persone», vale a dire a qualcuno che «lo conosce», o ai suoi (pochi) traduttori. Interessante anche questo aspetto, va detto.

All’ignoranza immediata dell’annuncio svedese chi scrive aggiunge un po’ di meraviglia mista a curiosità. In fondo è bello trovarsi confrontati ad uno scrittore nuovo, fare i conti con una realtà non sempre affrontata dalla letteratura. Infatti Gurnah è stato premiato per la sua vita di profugo e relativa narrazione. La motivazione svedese, chapeau, è eloquente: è stato scelto per «la sua intransigente e compassionevole penetrazione degli effetti del colonialismo e destino di rifugiato nel golfo tra culture e continenti». E’ stato premiato perché un suo mantra sta nella profonda convinzione che un emigrante non si presenta mai a mani vuote, è sempre una ricchezza. Cento anni fa come oggi. 

SI diceva del suo stile, per quanto se ne può desumere dagli stralci pubblicati e dai risvolti critici esteri. Fra le sue fonti di ispirazioni abbiamo «Le Mille e una notte» e Shakespeare. I suoi studi invece riguardano Naipaul (Nobel nel 2001) e Salman Rushdie («ma allora perché non premiare direttamente lui?», ha polemicamente dichiarato una certa critica). Qui non interessa entrare in queste dinamiche, ci basta pensare che sarà con vero interesse che, appena possibile, leggeremo il secondo scrittore africano «non bianco» (su cinque) premiato a Stoccolma.

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