Ancora nessuna pace

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L’esercito ha appena preso potere in Sudan, a seguito di un colpo di Stato che ha scardinato l’ordine politico post-guerra civile sorretto dal “consiglio sovrano del Sudan”, un accordo di divisione del potere tra autorità militari e civili. 

Questo accordo è entrato in vigore dopo la guerra civile che ha causato il rovesciamento del governo a “uomo forte” di Omar Al-bashir, dittatore del Paese per 30 anni fino alla sua deposizione nel 2019.

Il golpe è stato opera del generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, che martedì ha ordinato a unità dell’esercito a lui leali di arrestare prominenti membri dell’autorità civile – primo tra tutti Abdallah Hamdok, primo ministro del Paese. 

Lo sfondo della vicenda è difficile da riassumere, per via del fazionalismo e pluralismo politico tipico dei teatri africani. Basti sapere che in Sudan agiscono milizie politiche, etniche, tribali e oltre 80 (80!) partiti politici. A grandi linee, il consiglio sovrano istituito nel 2019 è da sempre arena di un tira e molla tra civili e militari, con i secondi che recentemente hanno richiesto alcune fumose riforme e una riorganizzazione del governo. I militari cavalcano anche l’insoddisfazione dovuta alla stagnazione economica del paese, la cui colpa è addossata al potere civile – anche in virtù di mosse (come il taglio ai sussidi per il carburante voluto da Hamdok) che sono effettivamente impopolari tra la popolazione. Le settimane precedenti al golpe sono state caratterizzate da ampie manifestazioni a favore di entrambi gli schieramenti.

Secondo il generale Burhan, il golpe è stato necessario per evitare una “guerra civile” e il “caos” nel paese. Ha anche affermato di essere intenzionato a mantenere gli obbiettivi di democratizzazione del paese, primo tra tutti l’indire nuove elezioni nel 2023. In pochi, però, accettano il suo modo di ragionare e hanno fiducia nella promessa di elezioni libere. 

Ma la questione più importante è sempre la stessa: il popolo. Numerose organizzazioni si sono già mosse per mettere pressione al governo golpista: l’Unione Africana ha sospeso la membership del Sudan, la banca mondiale ha bloccato ogni aiuto umanitario al paese e così hanno fatto anche gli Stati Uniti, congelando oltre 700 milioni di dollari in aiuti. 

Queste mosse non faranno altro che precipitare la già precaria posizione del popolo sudanese, tra i più poveri in Africa (che equivale a dire “al mondo”). Al momento al Sudan manca tutto: acqua, cibo, carburante, infrastrutture di trasporto e produzione… problemi che saranno esacerbati dalle sanzioni. Ne parla David Malpass, presidente della banca mondiale: “sono molto preoccupato dai recenti eventi in Sudan, e ho paura per le conseguenze che avranno nello sviluppo sociale e economico del paese”.

Tuttavia, rimane un lume di speranza per gli uomini e le donne dell’ex protettorato britannico. Alex de Waal, analista esperto in affari africani, suggerisce che il golpe non è ancora una pratica chiusa. Secondo de Waal, il Sudan ha una “incredibile capacità di mobilitazione popolare, sviluppata in decenni di instabilità e dittatura”. Le manifestazioni contro la giunta militare sono già in corso. Ad oggi si registrano dieci decessi per mano dell’esercito (che avrebbe aperto il fuoco sui manifestanti) e soldati che si presentano a casa di organizzatori e leader comunitari per arrestarli nella capitale Khartoum. I Sindacati di medici, lavoratori nel campo del carburante e impiegati di banca hanno già espresso il loro sostegno per le proteste contro il nuovo governo del generale Burhan.

Per ora, si attendono nuovi sviluppi. I generali golpisti sono stretti in un angolo, senza alleati sebbene si parlasse di un tacito supporto da parte di alcune nazioni della lega araba. Quasi completamente isolato, il governo militare dovrà scegliere le sue mosse con attenzione – è tuttavia certo che, come dice l’adagio, i panni sporchi verranno lavati in casa. Il popolo sudanese viene chiamato in strada a difendere il suo futuro ancora una volta, nella speranza di raggiungere, una volta per tutte, la tanto agognata pace. 

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