C’è chi si aggrappa alla vita e chi alle parole

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“Mi sono aggrappata alla vita”. A scriverlo sul proprio profilo Instagram, la 22enne ferita settimana scorsa dal colpo espulso da un fucile. Ventiquattro caratteri, cinque parole, una frase che rendono bene la disperazione provata in quegli attimi. Leggendo quella scritta, da donna, prima ancora che da giornalista, mi chiedo: a quali parole mi devo aggrappare io per raccontare la violenza di genere?

Una porta di vetro. L’entrata principale di un anonimo palazzo di cemento. Il cristallo è scheggiato, sulla sua superficie diversi fori di proiettili dal grosso calibro. Per terra, alcune chiazze color mattone fanno da contrasto col grigio del pavimento. È sangue rappreso.

Così compare, il giorno dopo, la scena del tentato omicidio avvenuto a Solduno. La stampa, come è giusto che sia, gli ha dato risalto. Nei titoli di giornale si parla di “dramma”, “tragedia”, “fatto di sangue”. Qualcuno, più timidamente, usa anche il termine  (corretto) di “femminicidio”. 

Chiamatelo come preferite. O meglio no, non chiamatelo come preferite. Perché le parole sono importanti, e lo sono sempre.

Ma in questo momento, è anche importante capire che stiamo discutendo di che nome dare a un fatto compiuto, all’ultimo atto di una violenza che ha radici profonde. 

L’inizio della fine

Il proiettile che, il 20enne ha sparato alla propria ex compagna, è l’atroce fine. Ma la violenza non inizia da una fucilata, da una coltellata o da un paio di mani che stringono una gola. Non inizia nemmeno col video, che il ragazzo mandò alla 22enne, dove lo si vedeva maneggiare un’arma. Non inizia dopo la separazione, con le cento chiamate e gli appostamenti sotto casa. Non inizia alla prima denuncia o al primo intervento della polizia. Non inizia al primo massacro e nemmeno al primo ceffone. Non inizia al primo insulto.

Inizia dalle prime battutine, fatte per sminuire l’altra. Inizia dai primi divieti: “non metterti questo”, “non vedere quella persona”, “non comportarti così”. Inizia dai primi tentativi di controllo e di manipolazione della vita della donna. Dai primi cambi di carattere e atteggiamenti di lui: era così premuroso, così dolce, così carismatico e ora invece è schivo, prevaricatore, colerico, allergico al dialogo.

È da qui che parte l’inizio della fine. E se la vittima non reagisce fin da subito, diventerà sempre più difficile sfuggire da questi uomini narcisisti e orditori. 

È troppo tardi

Il dibattito pubblico ora (giustamente) si interroga, su come fare a prevenire un femminicidio. Ci si chiede come sia stato possibile che l’ex ragazzo si sia avvicinato alla 22enne, nonostante avesse un ordine restrittivo, e ci poniamo la possibilità di ampliare i controlli delle autorità. Sì è parlato del monitoraggio mediante un braccialetto elettronico e alcuni ipotizzano anche a percorsi di cura per gli abusatori. 

Ma questa non è una vera è propria prevenzione, poiché si cerca di intervenire su soggetti incapaci, per la maggiore, incapaci di gestire la propria rabbia e sani rapporti affettivi. Sono delle proprie e vere pentole a pressione che, al primo “no” o segno di ribellione, scoppiano, mostrando così la loro natura aggressiva. 

Se si vuole ottenere un radicale cambiamento, e necessario che questo avvenga prima di tutta all’interno della nostra società, che purtroppo trasuda ancora stereotipi, pregiudizi e conformismo. La nostra società è ancora molto patriarcale.

Prima di essere vittime dei propri carnefici, siamo anche vittime dei ruoli (di genere e sociali) che ci sono stati assegnati. E lo siamo tutti, femmine e maschi.

Noi, donne, definite spesso il “gentil sesso”, costrette all’essere mansuete, permissive, caritatevoli verso quegli uomini che praticano su di noi tutta la loro brutalità. E poi ci siete voi, gli uomini, costretti a dover soffocare gli istinti e le emozioni ritenute “deboli” o “femminili”,  ma che in realtà sono alla base dell’essere umano. L’uomo che non può piangere, l’uomo che non può mostrare i propri sentimenti, il proprio dolore. Deve essere forte e virile. 

Noi che ci aggrappiamo alle parole

E qui, torno alla domanda di prima. A quali parole mi devo aggrappare io per raccontare la violenza domestica?

Come faccio a parlare di patriarcato e di violenza di genere in un contesto in cui regnano sovrano preconcetti, inerzia e ignoranza (inteso come il non sapere)?

Me lo domando da giornalista, che vede i proprio colleghi e colleghe più grandi avere ancora timore nell’usare la parola femminicidio. 

Oppure vedendo colleghi che, parlando delle molestie e mobbing denunciate alla Radio televisione svizzera, parlando di “solo dieci casi”. Solo? Solo che? Solo cosa? Dieci persone non sono poche, sono troppe. Anche solo una denuncia sarebbe stata già un caso di troppo.

O ancora altri colleghi di un altro giornale che, appena successo il fatto di Solduno, non perdono l’occasione per parlare di “fenomeno d’importazione” e di nazionalità, riferendosi alla violenza domestica. Certo, perché se un uomo è uno stupratore o assassino lo si deduce dal passaporto. Ora lo scrivono pure? Grazie a questo domenicale che me l’ha detto, mi sarebbe sfuggito…

Parole, parole e parole. Bla, bla, bla inutili, di chi non ha più nulla a cui aggrapparsi, eccetto ai propri discorsi vuoti. 

Forse è questo il problema della violenza di genere e, guardando oltre, della nostra società moderna: mentre noi stiamo qui a discutere, là fuori c’è più di una donna che, con tutte le proprie forze, si sta aggravando alla propria vita per non perire a un uomo malato.

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