Decapitata, è falso ma…

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Il suo nome era Mahjubin Hakimi. La sua colpa? Essere donna e pallavolista. Per questa ragione sarebbe stata uccisa. Decapitata. O almeno così hanno scritto alcuni giornali occidentali prima di dover fare i conti con la realtà dei fatti. Si trattava di un granchio. Di una fake news. Eppure le notizie raccapriccianti in arrivo dall’Afghanistan hanno ripreso le fila di un copione già scritto e già visto andare in scena in passato. E tra vero e verosimile il confine è davvero sottile. 

Tra le ultime esecuzioni raccontate dalla stampa occidentale, nei giorni scorsi, ha sollevato un certo clamore la notizia, rivelatasi poi una bufala, del brutale assassinio di una giocatrice della nazionale giovanile di pallavolo afghana.A denunciarlo, una fantomatica allenatrice. Eppure, al netto della verità, i talebani, non vanno mica per il sottile. Il taglio delle mani è necessario, hanno ribadito di recente. E i boia non vedevano l’ora di rimettersi al lavoro con l’esecuzione delle pene capitali e l’amputazione degli arti ai ladri.

Vent’anni fa, prima che gli americani arrivassero in Afghanistan le esecuzioni dei condannati per omicidio si compivano in genere con un colpo d’arma da fuoco alla testa, sparato da un membro della famiglia della vittima. Per i ladri invece la punizione che li attendeva era quella dell’amputazione di una mano, mentre di fronte a chi si era macchiato del reato di rapina compiuta per esempio in autostrada, al malcapitato, venivano amputati una mano e un piede. 

Così la morte (inventata) di Mahjubin Hakimi, sarebbe comunque rientrata nell’ordinaria amministrazione di un Paese che è tornato a demonizzare la cultura e le donne. Di più, a farne vittime sacrificali e strumento di propaganda di una dittatura che si poggia sul terrore. Di un mondo in cui o sei lupo, o sei agnello. Dove la violenza è l’unica legge possibile di un regno governato con crudeltà dai sedicenti studenti coranici, i talebani, che hanno ripreso il controllo di un Paese oggi sull’orlo di una crisi umanitaria senza precedenti. 

Stando ai fatti, alla realtà nuda e cruda, Mahjubin si sarebbe suicidata prima dell’arrivo dei talebani. E lo avrebbe fatto proprio per evitare di dove rivivere un incubo del passato. Del resto, delle giovani giocatrici della nazionale, soltanto due sono riuscite a trovare riparo all’estero, mentre tutte le altre sono state costrette a fuggire o a nascondersi per evitare di essere giustiziate o punite dal regime. Nelle scorse settimane poi, numerose atlete avevano denunciato di temere violenze e rappresaglie da parte dei talebani per la loro attività sportiva, chiedendo alla comunità internazionale di aiutarle a lasciare il Paese. Da qui alla finta decapitazione il passo è stato davvero breve.

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