Edgar Allan Poe e i volti del terrore

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Il 7 ottobre dell’anno 1849 la nera ala della morte calava su Edgar Allan Poe, il maestro dei sussulti che graffiano l’inconscio, e il corvo della poesia che aveva scatenato la grancassa del suo successo decideva di violare i bui corridoi del Washington Hospital, attorno alle 5 del mattino, rendendogli pane per focaccia per via di quei versi mai digeriti : ” E i suoi occhi sembrano quelli di un demonio in preda ai sogni, / E la luce che l’ inonda ne riflette l’ombra in terra; / E l’anima mia da quell’ombra che fluttua distesa per terra /Non si leverà, mai più!”

Risulta difficile non rendere l’ennesimo tributo a questo gigante, poeta e scrittore, figlio di attori giramondo, tisici ed etilisti quanto bastava per sgualcire di tanto in tanto le piste appena tracciate sui ciondolanti carrozzoni delle scombinate troupes.

Un eterno peregrinare di città in città, dentro una stramba moltitudine che plasmava solitudine, in un’America dal gusto acido che non poteva e non voleva capirlo.

Il fanciullo che teme le tenebre, il giovane scostante ed enigmatico che si illumina leggendo Byron, impara presto a impastare realtà e illusione, dentro il tatuato istinto di “Gran Vagabondo” sempre proteso verso gli arcani confini del sogno.

E girando di lungo e in largo non sfugge mai al richiamo del girovagare , annotando su un suo foglio volante che non tradirebbe mai il sentimento della libertà: “nemmeno se dovessi rispondere al Gran Mogol che mi informa di avermi istituito erede dei suoi beni.”  

Edgar cresce nel flusso di un’infelicità quasi cronica e nella costante paura della vita, quella vita che diventa “l’allucinazione, la nemica, la condanna” , restituendogli la sensazione “d’essere un angiolo

che volesse assidersi  a un banchetto di mostri”.

I suoi inseparabili ondivaghi sgomenti si convoglieranno in almeno settanta racconti e in una cinquantina di poesie, con l’aggiunta dell’inaspettato compendio di un “Manuale di conchigliologia”, quasi completamente plagiato dove il “come mai? ” si incastra nelle penombre di una breve e tragica esistenza.

I  Racconti Straordinari ,scritti e pubblicati tra il 1932 e il 1849, divennero per l’appunto straordinariamente celebri in Europa grazie alle traduzione di Charles Baudelaire, mentre al poeta francese Mallarmé piaceva chiosarlo con frasi tipo “La morte trionfava nella sua voce”.

Confesso di aver letto e riletto “Il pozzo e il pendolo” ,un suo capolavoro del 1842,  una trentina di volte e non perché la mia capacità di comprensione sia di coccio ma per il fatto che le orribili torture fisiche e morali inflitte a un detenuto della maledetta Inquisizione spagnola ripugnano pur fungendo da periodica calamita, in una sorta di culto del disgusto avvolto nel gusto di un ordito che ormeggia sul malessere di un drogato richiamo.

“Il terrore dei miei racconti non viene dalla lontana Germania come alcuni dicono, ma dalle profonde oscurità del mio cuore” , annoterà Poe.

Allora mi sovviene “La rovina della Casa Usher” dove il paesaggio della campagna è un incubo che bordeggia uno stagno nero e immoto.

Rabbrividisco ripescando nella mia mente quel nevropatico di Usher che capta anche i minimi rumori con sensibilità lancinante mentre Madeline piomba nei suoi stati di catalessi che la condurranno ad essere sepolta, alla sua morte, nei sotterranei della  ‘casa dei brividi che traspirano dai pori’  per riapparire avvolta nel sudario, in panni così insanguinati al punto da incollarti paralizzato alla pagina, con un principio di tremarella.

E che dire della esuberante vocazione  per il romanzo nero, incapsulato nella “cupa serra del terrore inglese, tedesco e francese “ dove Edgar Allan Poe  “è il fiore più bello, misterioso, maturo e umano”?

Anche il terrore , a un certo punto, chiama tregua e allora chiudiamo con le immagini affibbiate al Gigante , dal  “Guardasigilli della tradizione nera” ,  al “Mostruoso bastardo del diavolo” , al  “Poeta-ubriacone” ma anche e soprattutto, scomodando Giovanni Papini , all’uomo “che ebbe tra i molti segnali del genio, quello di non aver mai conosciuto un giorno solo la serenità della pace” 

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