Eugenio Montale e il male di vivere

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Il 12 ottobre ricorre l’anniversario della nascita di Eugenio Montale, premio Nobel per la letteratura nel 1975. E quel numero 12 lo pedinerà nel corso di una lunga esistenza, chiusa il 12 settembre del 1981 nella clinica milanese San Pio X.

Poeta “elargitore di suggestioni e prodigi”, ha lasciato una preziosa eredità artistica e una vigorosa impronta di uomo tutto di un pezzo, per il suo coraggioso rifiuto opposto ad ogni tipo di regime liberticida.

Se non si può non amare la forte influenza del suo “male di vivere” , espresso dal primo verso di una lirica che vibra lievitando nel tempo all’interno della raccolta “Ossi di seppia” , parimenti non si può tralasciare la sottolineatura del suo caparbio carattere che lo omologò come” un “Osso di traverso” nel dossier della mancata adesione alla iscrizione al partito fascista che gli costò la capitolazione di importanti incarichi.

A Piero Gobetti,  direttore di ” Rivoluzione Liberale” ed eminente personaggio contrario alla cultura ufficiale di quel periodo dove il populismo cavalcava una sorta di becero misticismo di massa, si deve la prima edizione dell’ipnotica raccolta di “Ossi di seppia” che nacque nel mese di giugno del 1925 .

Il libro visse un abbrivio di moderata indifferenza, dividendo pubblico e critica con una certa animosità, sino a cozzare in una recensione naturalmente anonima e generosissima di  stroncature.

E se al quasi canonizzato Natalino Sapegno montò una nauseabonda puzza sotto il naso, Giuseppe Prezzolini, forse per una zaffata di invidia o forse per il timore di un detestabile sorpasso, ostentò moti di sostanziale delusione, espressa con inelegante eleganza.

Ma intanto il poeta libraio Umberto Saba, più poeta che libraio, si affrettò a comunicare da Trieste : “Desidero di ricevere presto le tue poesie in 25 esemplari.” , indirizzando un sonoro pernacchietto alla prepotenza di un certo mondo platealmente allineato al potere , immerso nell’ apologia dell’esplosiva miscela dell’accezione eroica.

Nel frattempo, estraniandosi da un serrato dibattito  che si divaricava fra la classificazione di una poetica intimamente antifascista e la definizione di un poetare sostanzialmente ‘afascista ‘ e comunque ben discosto dal venefico vento mussoliniano, Eugenio Montale non si stancava di comporre, seguendo il filo di una visione della vita radicalmente negativa, barricandosi in prospettive tutte interiori e nonostante tutto ansiose di sgusciare al di fuori, sull’ondivago palco degli accadimenti reali contrapposti alle apparenze arcane e fatali.

Emergono con decisa evidenza i segnali di un male oscuro e serpeggiante che tende a infilarsi nella tana di una struggente non voglia di esistere, fieramente insidiata dalla scalpitante  ansia di descrivere, con un dettagliato ineguagliabile stile, quella stessa realtà alla quale non si possono firmare assegni in bianco. 

Mi sovvengono le parole di un altro grande, quel Vittorio Sereni che ebbe l’acutezza di annotare: “La poesia di Montale in tanto suo dubbio sull’esistenza  ci aveva appassionati in gioventù alla vita”.  

A chi legge, se avrà la pazienza di leggere, vorrei riproporre gli universali versi di “quel male di vivere” che mi ha indotto ad amare il gigante dei significati simbolici: 

” Spesso il male di vivere ho incontrato: / era il rivo strozzato che gorgoglia, / era l’incartocciarsi della foglia /riarsa, era il cavallo stramazzato”.

Le immagini di fondo sono quelle di uno spiazzante pessimismo che ritrova il suo motivo d’essere nelle acque di un ruscello che fa fatica a scorrere, nella foglia che si rinchiude nel ventre del rinsecchimento, del cavallo spinto a terra dal piombo del destino che gioca contro le scorrerie libere su prati verdissimi.

La parabola è quella dell’uomo impossibilitato a corteggiare uno stato di felicità: e la armonica simbiosi con la natura non lascia che illusioni e tentazioni irrealizzabili.

” Bene non seppi, fuori del prodigio / che schiude la divina indifferenza : /era la statua nella sonnolenza / del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato”.

Nel corposo discorso tenuto all’Accademia di Svezia, il 12 ( ancora un 12!) dicembre 1975 ,Montale  poneva il quesito  “E’ ancora possibile la poesia?” rispondendo , nelle righe finali, che forse inutile era chiedersi quale sarebbe stato il destino delle arti.

“È come chiedersi se l’uomo di domani, di un domani magari lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della Creazione ( e se di un tale giorno, che può essere un’epoca sterminata, possa ancora parlarsi)”

La domanda di base permane e persiste, a quaranta anni dalla morte del Poeta,  con il suo disorientante fascino di scompiglio e di smarrimento che volta le spalle al pretenzioso e abusato metodo del pragmatismo.

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