Extinction Rebellion: la moda è fuorimoda

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Perché gli attivisti del movimento hanno fatto irruzione al Louvre nel corso della sfilata di Louis Vuitton che chiudeva la Fashion Week di Parigi? Semplice. Perché la moda inquina. E consumismo è uguale a estinzione. Questo c’era scritto sui loro striscioni. È questo il principio attorno al quale ruota tutta la battaglia di Extinction Rebellion, il movimento ambientalista globale il cui obiettivo dichiarato è quello di usare la disobbedienza civile e nonviolenta per costringere i governi ad adottare subito tutte quelle politiche necessarie e urgenti per evitare un’estinzione di massa.

Hanno invaso la passerella con il loro striscioni denunciando come la moda usa e getta contribuisca, e non poco, alla crisi climatica ed ecologica che si aggrava un po’ di più ogni giorno che passa. Il sistema moda non è più accettabile e va quantomeno riformato su principi etici e di vera sostenibilità. Il blitz dei trenta attivistica che hanno preso parte all’azione, s’è concluso con due arresti, almeno così si leggeva in una nota diffusa dal movimento. Quel che è certo è che le denunce e le accuse mosse al mondo della moda non risalgono a oggi.

Come dimenticare la lunga battaglia condotta contro le pellicce e, in particolare, contro lo sterminio dei cuccioli di foca? Oggi, per fortuna, le pellicce sono considerate fuorimonda e la barbara uccisione degli animali messa in atto per procurarsele non è più tollerata dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica. Eppure questo non significa che la moda abbia smesso di fare danni. Anzi. È sufficiente pensare alle condizioni di lavoro al limite della schiavitù di chi confeziona i nostri abiti in Bangladesh o in Pakistan. Abusi fisici e verbali, intimidazioni, sfruttamento. Tutte cose all’ordine del giorno in molte delle aziende d’abbigliamento che nutrono il sistema moda. 

Un settore dell’economia che ha un grosso peso sull’ambientale ma che, in alcuni casi, sdogana perfino lo sfruttamento di chi ci lavora, bambini compresi. A confermarlo è uno studio pubblicato questa estate che sottolineava come durante la pandemia la situazione è addirittura peggiorata. Un deterioramento delle condizioni di lavoro che corrispondono a un livello di vita all’interno delle fabbriche che spesso è ben oltre il limite del disumano. Per esempio è il caso delle concerie o delle tintorie dove, i prodotti chimici usati senza nessun criterio che tenga conto della salute dei lavoratori, finiscono per uccidere in pochi anni la maggior parte di loro.

A monte ci sono poi le multinazionali della vendita al dettaglio, ma anche le grandi case di moda che, malgrado siano a conoscenza di tutto questo, invece di agire in linea con le proprie responsabilità sociali, chiudono entrambi gli occhi pur di guadagnarci. Ecco perché ciò che fanno gli attivisti di Extinction Rebellion, a Parigi come a Zurigo, dovrebbe essere accolto diversamente. Di certo non con condanne e arresti. Eppure questo sembra passare il convento. Fra l’altro vi invito a guardarvi le immagini della sfilata di Louis Vuitton accompagnata da una musica lugubre e dalle campane che suonano a morto. Che sia, almeno in questo caso, di buon augurio?

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