Fregnacce di Stato

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Mentre il Gran Consiglio del Canton Gigioni votava – a larga maggioranza – un credito di 1.5 miliardi per la transizione energetica e i cambiamenti climatici, il nostro votava una legge per il freno della spesa pubblica. 

Due realtà e mentalità opposte: una prova a immaginare il futuro investendo in nuove tecnologie e nuovi posti di lavoro, l’altra ripete lo stesso mantra da almeno due decenni. La ricetta neoliberista, in perdita di velocità in molti Paesi e istituzioni internazionali (Fmi, Ocse, Bce), da noi continua ad avere proseliti.

Per l’ennesima volta abbiamo dovuto ascoltare la fregnaccia sul fatto che lo Stato deve comportarsi come un buon padre di famiglia che fa il possibile per non lasciare debiti ai propri figli. Si tratta di infantilismo economico, dovuto a una totale ignoranza dei basilari fondamenti macroeconomici, che non vale nemmeno la pena affrontare, anche perché il Canton Ticino non è poi messo così male in termini di debito. Le previsioni del Dfe per il 2022 lo attestano: il debito pubblico è di 2,5 miliardi a fronte di un Pil di circa 31 miliardi (2018), il che fa un tasso di indebitamento del 8,06%. Vorrei vedere quanti “buoni padri di famiglia” ticinesi hanno una situazione migliore.

In realtà negli ultimi anni avremmo dovuto aumentare l’indebitamento, siccome i tassi di interesse erano (e sono ancora) decisamente bassi, ma naturalmente abbiamo preferito concentrarci sui frontalieri, sulla fuga dei giovani, su quanto siamo bravi e intelligenti a creare start-up, a fare grandi discorsi sulla competitività del nostro cantone e, naturalmente, a come diventare più attrattivi dal punto di vista fiscale. 

Il grande economista austriaco Joseph Schumpeter affermava che le crisi sono necessarie per eliminare le imprese obsolete, permettendo invece a quelle innovative di emergere. Da noi invece le crisi servono per far intervenire lo Stato a salvare lo status quo, comprese imprese che sarebbe più vantaggioso lasciar fallire.

È abbastanza chiaro che lo Stato potrebbe ridurre le sue spese, perlomeno in alcuni settori, come l’edilizia che da sempre chiede (o perlomeno alcune imprese; se fate attenzione sono sempre le stesse a svolgere le commesse pubbliche) allo Stato di svolgere un ruolo anticiclico, facendo poi orecchie da mercante quando dovrebbe passare alla cassa, il turismo (il settore col più basso valore aggiunto per addetto) che però sembra l’occhiello dell’economia ticinese (i mezzi di informazione ne parlano un giorno sì e l’altro pure), l’agricoltura, ecc … .

Ricordiamo che all’inizio del nuovo secolo era stato sbandierato un ambizioso piano di revisione dei compiti dello Stato, che aveva richiesto anche alcuni giorni di clausura da parte dei consiglieri di Stato, ma poi non se ne è fatto nulla, perché nessuno voleva (e vuole) mollare la sua piccola fonte di potere e di voti.

I grigionesi, a differenza di noi, hanno capito una cosa essenziale: vanno bene le diatribe politiche ma bisogna remare tutti in una direzione pragmatica per assicurare un futuro interessante al cantone. Anche da loro non sempre tutto fila liscio (vedi asfaltopoli) ma globalmente fanno le cose pragmaticamente, comprese finanze pubbliche decisamente sane, che fanno invidia a nostri sostenitori dei tagli. Ma questo risultato lo hanno ottenuto puntando sulla crescita e non sui bla, bla, bla.

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