G20 Afghanistan: un nulla di fatto

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La riunione straordinaria del G20 Afghanistan voluta dall’Italia, svoltasi il 12 ottobre in virtuale e presieduta dal premier italiano Mario Draghi, si è conclusa senza un nulla di fatto. In discussione la catastrofe umanitaria in Afghanistan con l’inverno alle porte, l’aumento dei flussi migratori, la lotta al terrorismo e la questione della sicurezza e della libertà individuale nel Paese.

Lo scenario di una emergenza umanitaria, seguita da un esodo di massa fuori controllo ipotizzato da Draghi, finisce con un annuncio mediante il quale il G20 scarica la patata bollente all’ONU e non assume impegni concreti.

La risposta all’inquietante minaccia dei talebani all’occidente, nel corso dei colloqui svoltosi a Doha con le delegazioni dell’UE e degli USA il 10 ottobre, è stata passare al multilateralismo.

All’inizio dell’incontro il ruvido ministro degli Esteri talebano, Amir Khan Mottaqi, aveva dichiarato: “Indebolire il governo afghano non è nell’interesse di nessuno, gli effetti negativi toccherebbero direttamente il mondo nell’ambito della sicurezza delle migrazioni economiche dal Paese”.

Il messaggio è chiaro, ricatto ed estorsione a spese delle “anime buone” degli occidentali. In questo ambito l’autoritario Erdogan, pioniere del ricatto migratorio con cui ha estorto oltre 5 miliardi di euro all’Unione Europea, sembra abbia dato l’esempio, la giusta direzione.

I talebani del neonato Emirato, che governano nell’intolleranza e nel mancato rispetto dei diritti umani, sanno di avere nelle mani un capitale con cui negoziare, la vita di centinaia di persone che Washington deve portare a casa, per cui dichiarano: 

“Invitiamo i paesi del mondo a porre fine alle sanzioni esistenti e a permettere alle banche di operare normalmente in modo che le organizzazioni umanitarie e il governo possano pagare gli stipendi ai propri dipendenti, con le proprie riserve e con le assistenze finanziarie internazionali”, Mottaqi auspica “relazioni positive con il mondo intero” affermando che sarebbe utile per “salvare l’Afghanistan dall’instabilità”.

Il primo obbiettivo di queste dichiarazioni è lo sblocco dei fondi delle riserve valutarie del Paese (oltre 9 miliardi di dollari nelle banche americane), seguito dalla ripresa di aiuti internazionali e dal riconoscimento diplomatico. Non a caso la Presidente della commissione europea, Ursula von der Leyen, aveva annunciato lo stanziamento di oltre un miliardo di euro agli afghani.

Sino ad oggi però gli sforzi della diplomazia sembrano non portare da nessuna parte e, con l’inverno alle porte, la crisi umanitaria può diventare catastrofica.

La situazione è cosi drammatica da indurre molte famiglie, che si trovano nei campi interni al Paese per sfollati, a vendere le proprie figlie per potersi procurare il cibo o per pagare i trafficanti che dovrebbero portarle in Iran o in Pakistan; una pratica traumatica e crudele.

Solo nei giorni scorsi sono morti 5 bambini per il freddo, scarsità di cibo e mancanza di strutture sanitarie.

Atiqullah Kariq, direttore dell’ospedale Dasht-e Barchi, a sud ovest di Kabul, racconta: “Senza soldi  e aiuti internazionali gli ospedali sono al collasso; non siamo in grado di pagare gli stipendi e le forniture. Qui nascevano circa 70 bambini al giorno, ora sono 15; stiamo facendo del nostro meglio, ma senza aiuti non possiamo lavorare come prima”. Da notare che il 75% della spesa pubblica era finanziata dagli aiuti internazionali.

Il clima sul confine turco è molto teso; i soldati respingono i rifugiati afghani oltre confine in Iran, violando i più elementari diritti umani, provocando ulteriore sofferenze ai migranti già in condizioni disperate.

Gli attivisti di Human Rights Watch (HRW) hanno pubblicato un rapporto in cui riportavano le testimonianze documentate di profughi sottoposti ad abusi; picchiati con il calcio dei fucili cosi duramente da provocare fratture alle mani, braccia e gambe; famiglie, separate durante il respingimento nella confusione e nel terrore, che non riescono più a ritrovarsi.

HRW rivolge un appello alle agenzie dell’ONU per i rifugiati (UNHCR) chiedendo di monitorare e contrastare i respingimenti dei rifugiati, concludendo “i governi con le ambasciate in Turchia dovrebbero sostenere il Paese registrando i richiedenti asilo afghani”.

Il dramma dei profughi richiede l’impegno concreto e immediato di tutti.

La comunità internazionale dovrà assicurarsi che le Nazioni Unite possano aiutare un Paese a rischio collasso strutturale senza coinvolgere il governo che lo guida di fatto.

I talebani sono stati riconosciuti di fatto quali rappresentanti del popolo afghano dagli Stati Uniti negli accordi di Doha; gli accordi sono stati firmati e ratificati da una risoluzione del consiglio delle Nazioni Unite.

Alla nuova riunione del G20 che si terrà a Roma il 30 e 31 ottobre e soprattutto all’Unione Europea, toccherà trovare gli spazi giusti per dimostrare una maggiore capacità di leadership internazionale, dare senso all’ “Europa dei valori” rimediando da subito alla “politica dei muri”.

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