Il carcere e le manette al porno

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La Corte di Cassazione, austeramente operativa al vertice della giurisdizione italiana, si è ritrovata una patata bollente fra le pieghe togate. Un detenuto sottoposto a regime 41 bis, una tipologia di carcerazione particolarmente dura e severa, ha fatto richiesta di poter acquistare una rivista hard per poter dare sfoga alla sua sessualità.

L’istanza esprime un desiderio legittimo e insopprimibile, appartenente alla schiera dei diritti naturali e di quella affettività che non dovrebbe mai essere considerata come elemento secondario o  trascurabile, al punto di subire altezzose indifferenze oltre la vita dei codicilli.

Al primo divieto confezionato dalla direzione del carcere, spiazzata e irritata per un imbarazzante confronto da sostenere sullo spinoso terreno del porno dietro le sbarre,  è seguita una ordinanza del Magistrato di Sorveglianza, una sorta di Ponzio Pilato in miniatura, innamorato dei dispositivi ambigui e ondivaghi e del dire e non dire, che paga sempre : 

“Quello di acquistare la rivista in questione non corrisponderebbe a un diritto, ma a un mero interesse alla visione delle immagini”.

Questa espressione depistante e permeata di deresponsabilizzazione, suona come una ecatombe di bicchieri che si infrangono in cristalleria, venendo a calpestare uno dei problemi cruciali nella vita dell’individuo confinato in cella: certe pseudo decisioni  rappresentano la perfetta anticamera delle tensioni e degli urticanti rovelli, delle diurne e notturne malinconiche inquietudini, delle frustrazioni che covano ribellione sino a innescare insane perversioni e a suggerire, non di rado, l’approccio al suicidio.

Inevitabile il ricorso del detenuto davanti al Tribunale di Sorveglianza che, in parte contraddicendo la manfrina espositiva dell’ineffabile Magistrato, si è espresso chiarendo che:

 “la richiesta rientra  nell’ambito della libertà di manifestazione del pensiero riconosciuto dall’articolo 21 della Costituzione”.

E se in buona sostanza il dispositivo veniva a sancire che il rifiuto opposto dalla direzione non risultava né congruo né proporzionato, soprattutto disattendendo il pensiero della Convenzione Europea dei Diritti Umani, il Dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria ha pensato bene, piccato e carico di vendicativo livore, di ricorrere alla madre di tutte le madri giudiziarie, la Cassazione.

La commedia- tragedia ispirata dalla innocente richiesta di una rivista pornografica inoltrata da un tapino

recluso e permanentemente reo di pulsioni carnali anomale, ha trovato uno sconcertante  compendio nelle pesature della giuria suprema che ha accolto con benevolenza il ruggito del DAP : 

“Il divieto di ingresso di giornali e riviste dall’esterno risulta legittimo in quanto la pluriennale esperienza ha dimostrato che libri, giornali e stampa in genere sono molto spesso usati dai ristretti quali veicoli per comunicare illecitamente con l’esterno, ricevendo o inviando messaggi in codice”.

La perla finale, spedita direttamente con il pizzino di un piccione telematico ai “ristretti” rimasti interdetti,

entra nel merito, con eclatante demerito, della connessioni fra autoerotismo e immagini pornografiche che non sarebbero una condizione “ineludibile” ai fini della masturbazione.

Insomma , il ” carcere duro” richiama quasi il protocollo di una castità coatta e chissenefrega se viene a mancare il rispetto  verso gli istinti e le emozioni connaturate in ogni uomo.

La sessualità è un vento che non puoi placare con le parodie paludate ed è un reale bisogno dell’esistenza.

In quanto al diritto all’ autoerotismo dei detenuti,  mi stupisce che sia rigorosamente vietata la compensativa circolazione di manuali tipo “L’allupante fascino del bugliolo” o “Come smanettare concentrandosi sulla sensualità della sbobba”.

Il carcere duro resta ineluttabilmente duro mentre certe pertinenze possono trovare condizione di adeguata durezza nelle turbe psicosomatiche di allucinazioni che divaricano sogni perduti.  

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