Il sabato nero del ghetto romano

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Spuntava l’alba del 16 ottobre del 1943, 78 anni fa, quando nugoli di nazisti sancirono l’orrore e la desolazione di un “sabato nero” che resta a rievocare una delle pagine più dolorose della storia italiana: il rastrellamento scientifico e capillare del Ghetto di Roma. 

La retata “fruttò” un migliaio di deportati nei campi di sterminio e troppe case di troppi quartieri di una Capitale attonita vennero brutalmente svuotate, dal Testaccio a Trastevere sino al Salario.

Nel computo ragionieristico degli anni che scorrono rapidi rapidi, l’ignobile battuta di caccia che trasformò persino le nuvole del cielo in piombo vide strappare dalle proprie abitazioni 1259 ebrei: 689 donne, 363 uomini e 207 bambini.

Dalle scrupolose SS quella data era stata da tempo evidenziata sul calendario delle porcherie poiché cadeva nel giorno di riposo, coincidendo oltretutto con la celebrazione ebraica della del Sukkot, nota anche come ricorrenza delle capanne o dei tabernacoli.

Il “gregge dei diversi ” venne indirizzato verso Palazzo Salviati dalle milizie speciali affinatesi nel tempo grazie alle amorevoli cure dell’indimenticato Himmler: allineati per bene lungo la facciata dell’edificio cinquecentesco, i deportati ricevettero dei biglietti, scritti in italiano con stampatello uncinato, dove venivano sintetizzate le istruzioni per l’incombente deportazione, là verso il lager che avrebbe convertito le suggestioni di una vita nella città eterna in evanescente pulviscolo di ricordi nei forni crematori.

E se 227 prigionieri vennero rilasciati poiché provenienti da famiglie “miste” , dove il misto indicava ciò che è parzialmente contaminato, oltre 1000 ebrei romani – nell’urgenza di un trasloco coatto- furono condotti , nella vomitevole coreografia di divise stiratissime e di cani ringhianti che li incalzavano e li spintonavano, nel sottotitolo di un minimo acconto prima del saldo finale, verso la stazione Tiburtina.

Il convoglio era già sbuffante per il consueto “trasporto bestiame” e contava 18 carri , rigorosamente siglati e protocollati.

La maggioranza della dolente schiera dei perseguitati venne deportata  nel “campo di rieducazione” di Auschwitz-Birkenau, attivo a pieno regime e con risolvibili problemi di surriscaldamento degli alti camini che proiettavano verso l’alto anime di corpi annullati.

 sopravvissero in 16, 15 uomini e una donna che portava il nome di Settimia Spizzichino.

Non un bambino che fosse uno uscì vivo da quello stramaledetto inferno, perché per i bambini sottomessi al giogo delle leggi razziali era contemplata una sbrigativa estinzione, eliminando il rabbrividente rischio che potessero crescere da israeliti prolificando una genia di bipedi incompatibili e disutili.

Era il 16 ottobre dell’anno 1943 e a rammentare quanto accaduto resta una lapide commemorativa presso il Tempio Maggiore di Roma.

In un diario inedito di un sottoufficiale appartenente alle Regie Forze armate si può leggere una disturbata riflessione: 

“Perché anche da noi si è ripresa la persecuzione contro gli israeliti? E perché sono state emanate quelle leggi sulla difesa della razza che sono il disonore della moderna civiltà?”.

Tanti i perché, almeno mille, quanti furono gli sterminati nel nome dell’orrido tatuaggio dell’antisemitismo.

Settantotto anni fa cigolavano le rotaie sotto il peso di un ” trasporto speciale” mentre l’ottobrata romana chiudeva la vendemmia e la voglia di vivere, pure in stato di guerra, evocava le scampagnate fuori porta e le gioiose incursioni nelle osterie dove l’allegria tramutava i quartini in litri, scatenando stornellate sguaiate e sconfinate. 

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