“La modesta proposta” di Swift

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Jonathan Swift, scrittore e poeta irlandese ai più noto per i suoi visionari e incredibili “Viaggi di Gulliver”, respirando la ribelle aria della sua Dublino, dove tolse il disturbo terreno il 19 ottobre del 1745 , seppe dare il giusto sfogo a uno spirito fortemente indipendente e certo bizzarro soprattutto attraverso alcuni scritti satirici –  per gli abituali amanti alle letture chiamati pamphlet – così carichi di posizioni provocatorie e spiazzanti da sottrargli il ruolo reale di pastore anglicano e ritradurlo in quello di pensatore scatena baccano.

Considerato da oltre 300 anni un gigante della prosa mordace e sferzante, l’irrequieto Swift si occupò a tutta mente di religione e di politica, curandosi di evidenziare la follia, la stupidità e la supponenza umana seminando una certa irritazione fra i benpensanti e i conservatori tradizionalisti cui amava spolverare sane quantità di pepe sulle code che, pure grassamente ostentate, risultavano spesso tremolanti.

Ma a parer mio l’aspetto più straordinario riguarda la sua versatilità, che mi induce a considerarlo anche

un efficace esponente del pensiero economico, nella sua consapevolezza delle disparità sociali che determinano, in ogni tempo da qui alla fine del mondo, abnormi differenze sociali.

L’epoca dell’irrequieto scrittore si colloca nell’alba della costituzione di un capitalismo non più agrario ma industriale, mentre l’equilibrio economico  e sociale si sfalda a favore del ceto dei “nuovi ricchi” che concentrano la proprietà fondiaria, alla faccia di una moltitudine di contadini poveri costretti ad abbandonare zolle e zappa per inseguire un sogno nelle città, dove si sta formando il mesto coagulo di una plebe ineluttabilmente disoccupata e affamata. 

Allora il sagace Jonathan tralascia gradualmente gli invaghimenti del suo Gulliver, pubblicato anonimo nel 1726 con una sbalorditiva sequenza di pagine che narrano del naufragio sull’isola di Lilliput, dove gli abitanti sono alti grosso modo sei pollici.

Circola la quasi certezza che nella figura di quel Gulliver , “uomo montagna” messo nella rete dalle formichine Lillipuziane, l’autore veda se stesso come un gigante bacchettato dai nani.

Nella seconda parte della galoppante storia il canovaccio si ribalta nei paraggi dell’isola di Brobdingnag, con Gulliver che diventa una sorta di balocco di una bimba gigante di nove anni, venendo esibito nelle sagre paesane in qualità di una pulce ammaestrata. Qui mi fermerei perché sarà chi mi legge, se mi legge, a investigare leggendo circa l’isola dei Maghi dove alitano le ombre dei grandi uomini dell’antichità e circa il paese di Struldbrugg, dove esseri cui è garantita l’immortalità, si presentano come entità di sconfinata infelicità, dentro il moto perpetuo di un invecchiamento che non può illudersi di acciuffare la meta della morte.

Tornando all’altra faccia della luna, vorrei veleggiare verso la “Modesta proposta” scritta da quel geniaccio di irlandese nell’anno 1729. Il testo è una presa di reale coscienza delle sgangherate condizioni del popolo inglese sotto il tallone della sciagurata amministrazione britannica, Swift cura un urticante manuale di economia stravolgente che  omologa l’endemica povertà dell’Irlanda come permanente stato di irreversibile disagio.

E la soluzione, drastica e destabilizzante, viene individuata nella attivazione della pratica di mangiare i bambini, unica dote generosamente abbondante che le languenti famiglie irlandesi possono vantare.

Una idea dissacrante che raccolse sdegno e retoriche lapidazioni, una pensata che invece invita a riflettere allargando i pensieri.

“Un metodo onesto, facile e poco costoso” brevettato per risolvere drasticamente il dramma della fame e della sovrappopolazione ,considerato che dalla riva pingue dei ricchi non giungevano né segnali né finte promesse di aiuti.

“Un infante sano e ben allattato all’età di una anno è il cibo più delizioso, sano e nutriente  che si possa trovare, sia in umido, sia arrosto, al forno o lessato ed io non dubito che possa fare lo stesso ottimo servizio in fricassea o al ragù”.

E con tavolate zeppe di bambini “rotondetti e paffutelli”, il pastore anglicano esce dal gregge delle convenzioni, ergendosi a scuotitore di una società supervisionata da incoscienti coscienze sbadiglianti,

inorridite dai pungoli e dagli scossoni sfrontati di un intellettuale fuori di testa che si permette di elaborare soluzioni dissolute riguardo la consolidata indifferenza verso carestie endemiche e  miserie così indigenti da farsi indecenti. 

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