Lasciata morire a 5 anni sotto il sole

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Ho sempre avuto pietà delle donne che, per motivi loro, sono fuggite per unirsi allo Stato islamico. Accettare di propria volontà di aderire a un’ideologia malata, che relega la donna a un ruolo di poco più che schiava, mi risulta incomprensibile.

Di certo ho dei limiti culturali o dei paraocchi che mi impediscono di capire chi, scientemente, riduce la propria vita ad essere l’ombra di un compagno che nelle migliore delle ipotesi è un carceriere.

Forse subentra un bisogno di accudimento, o una distorta idea di protezione. Fatto sta, che la vita accanto ai talebani è, per le occidentali, uno shock culturale non da poco. Non capisco e non giudico. Sono uno di quelli che è disposto a riprendersele, a discuterci a lavorarci insieme. Spesso queste donne hanno accanto a se bambini nati da quei rapporti e dopo anni di vessazioni chiedono di poter tornare al loro paese. La cosa più semplice è dir loro di no: te ne sei andata, sei radicalizzata, rimani là. La cosa più difficile e umana è prendersi il rischio, e accogliere queste figliole prodighe cercando di capire ed aiutare, soprattutto per aiutare i loro bambini che, non dimentichiamolo, hanno la nazionalità della madre e sono incolpevoli dei suoi atti.

I bambini.

Alla fine cosa non si fa per i bambini. Ecco perché risulta ancora più ripugnante, la “sposa dell’ISIS” tedesca, che si è resa complice dell’omicidio di una bambina. I fatti: La coppia aveva con se una bambina yazida (dunque con buona probabilità di etnia curda, acerrimi nemici dell’ISIS). (leggi qui sotto).


Una bambina di 5 anni, usata come servetta.

È il destino dei perdenti, da millenni, diventare schiavi dei vincitori. La colpa della bambina è stata essersi fatta la pipì addosso. Beh cribbio, hai 5 anni, capita, non è una tragedia no? Un sorriso, si cambiano le lenzuola e basta.

Questo capiterebbe in una famiglia normale.

Ma tu bambina sei la schiava di un combattente dell’ISIS. Le sue idee sono antitetiche a quelle della tua gente. Lui per castigo ti lega con una catena a uno stentato alberello in cortile. Fanno 45 gradi all’ombra la fuori. Non so se quell’albero faceva una stitica ombra o se eri costretta a subire i dardi del sole, non lo so proprio.

So di sicuro, che mentre morivi di disidratazione e di caldo, l’angelo pavone piangeva di nuovo le sue 7’000 lacrime, come racconta il credo della tua gente.

Tu, donna dell’ISIS tedesca, non le hai nemmeno offerto dell’acqua. Tu, Jennifer Wenisch, con quel nome da bambolina, non hai impedito che morisse. Non so che ordini o che paura attanagliasse la tua anima, perché voglio pensare che in qualche modo ti avessero ordinato di non aiutarla. So che da noi nemmeno i cani muoiono così. E se vedo un cane in auto in evidente sofferenza in un’automobile sotto il sole, posso rompere il finestrino e denunciare il proprietario.

Jennifer Wenisch è stata condannata da un tribunale tedesco a 10 anni di carcere. Perché Jennifer è qui, e le accoglienti braccia del sistema giudiziario germanico l’hanno accolta. Lei, nonostante il carcere è viva e, voglio sperare, macera ogni giorno pensando a quella brocca d’acqua che magari avrebbe potuto portare in cortile per salvare quel cagnolino yazida.

Quella bambina che è morta peggio di un cane.

Falluja è un nome che conosciamo bene, uno dei tanti luoghi sulla terra dove la sofferenza fiorisce come i papaveri in un campo di grano: turgidi, rossi, vivaci. Il dolore percorre le aride pianure e non guarda in faccia a nessuno.

Al processo Jennifer alla lettura della sentenza non ha battuto ciglio. 

Non voglio cedere alla facile rabbia o alla riprovazione. È facile giudicare dalla calda aula di un tribunale tedesco gli orrori che si sono svolti sotto il sole del deserto. Però la giustizia ci deve essere, perché è una questione etica, morale. Questo non riporterà in vita una bambina di cinque anni, la cui madre era presente al processo e dove è stata costretta a impilare il dolore come una catasta di libri pericolanti, con la speranza di non farsi seppellire nel rovinoso crollo della pila.

Jennifer ora è in carcere. Le altre detenute non la ameranno. Le peggiori criminali tedesche la guarderanno come una carcassa putrefatta, perché anche loro hanno figli a casa che le aspettano. È giusto? È giusto cercare di capire il perché, i meccanismi che hanno ridotto Jennifer ad essere uno dei peggiori scarti dell’umanità, al pari dei criminali nazisti.

“Concorso in tentato omicidio e in tentati crimini di guerra, e crimini contro l’umanità.”, riporta il dispositivo d’accusa.

Era solo una brocca d’acqua in fondo. La flebile differenza, tra la vita e la morte.

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