Le spine di rosa contro il razzismo

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Rosa Parks è stata una figura simbolo del movimento statunitense per i diritti civili. Gracile sarta dalla pelle nera e gigante della battaglia non violenta, lasciò con la sua morte, il 24 ottobre del 2005, un’inestimabile eredità di indelebile coraggio e di ostinata passione per la libertà.

Certo Rosa è come un colibrì circondato da un famelico nugolo di falchi, un colibrì cui però non manca l’indomito ardimento che appartiene a chi sa far frullare le ali del riscatto e dell’emancipazione, a chi ha la forza di scrivere senza tremolii: “Vorrei essere ricordata come una persona che voleva essere libera…così anche altre persone sarebbero libere”.

La sua storia di fuga dall’asservimento sfocia da una frase scolpita con lo scalpello dell’ammutinamento “Sono stanca di subire” e prende il volo il primo dicembre del 1955, una giornata di presunta ordinaria normalità a Montgomery, in quell’Alabama riottoso Stato Usa, simbolo di un Sud maledettamente conservatore

La quarantaduenne Rosa, terminata la sua giornata lavorativa, fatta di tagli, di spilli e di cuciture di abiti ma anche di ipotesi realizzabili, si avvia ad acchiappare il solito autobus 2857, che corre sulla via di casa.

Si siede compostamente in una fila centrale, guardandosi bene dal non sgomitare visto che la cultura di colore vive nel perenne declassamento dei giudizi di sottostima, e comincia a osservare il mondo che corre al di fuori dai finestrini interrotta, dopo qualche fermata piuttosto brusca, dalle sgarbate sollecitazioni del conducente che comincia a gesticolare, perorando i sacrosanti diritti di un passeggero bianco.

Il guidatore prima le chiede e poi le ordina di alzarsi per lasciare il posto all’esponente della razza dominante, come prevedono le regole dei comandamenti della filosofia dell’apartheid.

La combattiva Parks conosce perfettamente queste idiote normative ispirate da dettami ancora più idioti: i neri devono occupare gli spazi dietro, i bianchi quelli davanti, mentre le postazioni centrali sono miste e si possono utilizzare solo se tutte le altre sono occupate dai vari sederi ,ovviamente con una marcata preferenza per i sederi bianchi rispetto a quelli neri che alterano le estetiche dell’universo chiapputo.

Ma questa volta Rosa estrae dal cuore tutto il suo spinoso corredo che sfida i protocolli e senza rifletterci troppo, giusto per non soccombere ai soliti venti della prepotenza, esclama ad alta voce uno spiazzante e clamoroso “No, oggi non mi alzo. E non cedo il posto.”

Tutto d’un botto, l’Alabama viene travolto da un’anomala ondata sismica, e se agli ingessati conservatori segregazionisti  questo comportamento non solo riprovevole ma  provocatorio va di traverso come una lisca di balena, agli emarginati monta l’entusiasmo e l’ammirazione per una sartina che ha dato fuori di matto, versando taniche di benzina per infiammare una protesta che quasi immediatamente diventa rabbiosa, vibrante e gridata seppure non violenta.

Naturalmente “Rosa La Rivoluzionaria ” viene lestamente incarcerata e le forze dell’ordine le attribuiscono la aggravante di “condotta impropria”.

Ma poche ore dopo l’arresto, l’invisa Parks incassa il rilascio grazie alla cauzione versata da Clifford Durr, un illuminato avvocato bianco assai vicino alle posizioni dei neri.

Nel giro di una mezza giornata, comunque spesa bene, l’intera comunità di colore di Montgomery commenta l’eclatante atto di boicottaggio, fra l’altro soppesato da Martin Luther King e da altri leader che decidono che l’insubordinazione di un colibrì può favorire il parto di pacifiche contestazioni a oltranza, sino a quando dallo sfondato tamburo degli intolleranti xenofobi non giungano grugniti di aperture per lo meno minime, come quella di poter prendere posto sui bus secondo l’ordine di salita.

La rimostranza spande polveri esplosive nella coesione di migliaia di persone e dura a lungo, realizzandosi in un filotto temporale di 381 giorni, durante i quali i tanti tassisti neri decidono di abbassare significativamente le loro tariffe, sino al livello dei costi dei biglietti dei mezzi pubblici.

Questa incruenta insurrezione trova nelle cronache una impattante forza emotiva e persuasiva, insinuando, goccia dopo goccia, l’inestimabile valore delle lotte contro le vessazioni e la servitù, sino a scrollare i banchi del Congresso che delibera, nel 1999 ,il massimo riconoscimento civile per Rosa Parks che – nelle parole estrapolate dall’intervento del presidente Bill Clinton –  “ In quel primo dicembre 1955 , mettendosi a sedere, si alzò per difendere i diritti di tutti e la dignità dell’America “.

Rosa L’Intrepida, alimenterà per tutta la sua vita la portentosa missione di attivista delle legittime compensazioni sociali e oggi una sua scultura, collocata nello storico contesto dell’autobus 2857, narra ancora di impari disfide, ora affidate ai cataloghi del National Civil Rights Museum di Memphis.

Per la preservazione della memoria, perché una Rosa che non sfiorisce evoca racconti che non finiscono mai. 

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